giovedì, 28 dicembre 2006
la gente è cattiva?-chiese il pazzo.
io sono pazzo? chiese il pazzo.
 la gente è cattiva? io sono pazzo?
sei offeso? scusa! disse il pazzo.
la vita non è delicata scrivere è scrivere è scrivere
poi discuteremo educatamente delle budella che hai versato sul tavolo.

la gente è cattiva?


scusa. scusa scusa scusa.
io sono pazzo? sei offeso?
scrivere è solo scrivere è scrivere
come tirare di scherma ballare inguainati
non baciamoci non vediamoci
non scrivi solo così perchè la gente è cattiva e tu sei pazzo.
scrivere è delicato-si faceva per giocare.
poi nessuno muore davvero.
scriviamo solo così per bagnare le ragazze, poca roba.


non è vero che poi avrai a che fare con il tizio che crea un tizio
è per scrivere
per scrivere
ma io invece sono pazzo-disse il pazzo.
e ti ho offeso.
scusa,

(passa tutti i giorni davanti al campo sportivo viviani, viale marconi, potenza, vasto mondo.)
(chiede se la gente è cattiva. se ti ha offeso, chiede scusa,)


(sei offeso?)
postato da: lucowski alle ore dicembre 28, 2006 19:48 | Permalink | commenti (1)
categoria:
giovedì, 28 dicembre 2006
sono un cazzone, proprio come voi.

http://www.myheritage.com/FP/Company/face-recognition-results.php?temp=100049540ty7wd04&server=Server25&database=1&startYear=1800&endYear=2005
postato da: lucowski alle ore dicembre 28, 2006 18:36 | Permalink | commenti (2)
categoria:
giovedì, 28 dicembre 2006
mi ritrovo tra le mani un libro di carlos castaneda, ma io sono invecchiato. l'ultima volta ce la misi tutta ed imparai a sognare. sì, il corpo librato verso il balcone e quel senso di fatica infinita nel non riuscire a girare la maniglia per uscire fuori. inoltre, altre volte in cui fui più fortunato, riuscii a visualizzare e compiere l'autentico volo sopra i tetti di questo paese che adesso, che la sera congela e la notte dispone perchè si fermi sul reale il cristallo, fermi il reale il cristallo, mi pare tanto morto quanto sarebbe un verme secco. eppure ero giovane e le ho provate tutte. questa sera la testa mi fa così male. la ragazza è lontana, lei ha la pelle che voglio.

se fosse qui la ragazza, sarebbe lieto smettere di pensare. non correrei più nella mia testa a questa velocità folle. è chiaro a tutti ed a me per primo (in realtà a me soltanto. alla ragazza. perchè mi ama...) che non posso fermarmi quando voglio dalle corse in cui sono precipitato per il fatto che esisto e la mia testa contiene tutte le potenzialità elettriche. a pensare che io abbia un'anima...non c'è logica. non ce la dovrei avere, un'anima, per quello che ne so. ma di questo avrò sempre paura. sono così nudo adesso. la ragazza potrebbe salvarmi, ma è così lontana.

quando ero giovane e lessi castaneda, dicevo, le ho provate tutte. ora cosa diavolo potrei fare? adesso ad ipotizzare la "seconda attenzione" e le configurazioni possibili lavorando sul mio sistema percettivo, mi viene su solo solo un enorme terrore come un rigurgito di cibo, nero ed incandescente. sono da solo in questo posto, non vorrei essere da solo.

ed è un male questo recedere e non avere coraggio. sono più vicino adesso alla morte di quanto non lo fossi quando ero giovane. più giovane di adesso, comunque. ed allora ero più pronto, più forte, meno sconfitto di adesso. non mi dovete equivocare. se voi aveste la fortuna di conoscermi, scoprireste una delle persone con più risorse che ci sono ancora in giro. davvero, io sono una miniera, una bestia rara. eppure so che in questo momento preciso sto evitando di mettermi con la faccia dentro l'ipotesi secca e senza luce della morte. la mia. la vostra.

ero seduto a tavola, un po' di minuti fa. mi sono voltato e mia madre era seduta anche lei, così stanca. sono certo che lei sognasse in maniera vivida almeno quanto me...io so che la forza di correre che ho io e quella maggiore che mi consentiva prima, anni fa, di vedermi in volo guidando i miei sogni...mia madre deve averla avuta. le brillano gli occhi in quella maniera. oh, se voi poteste vederla. ma non potete. mia madre deve morire. tutte le madri devono morire. chiunque venga scaraventato nell'esistenza organica e poi si trova di fianco la madre corre questo rischio, di non evitare di pensare che lei deve morire. cazzo. ed io combatto per che cosa? per il fastidio che provo a pensarmi senz'anima. per i livelli di energia, le configurazioni dell'universo possibili a diversi stati percettivi, ben descritti da castaneda. intanto le mie cellule muoiono. la ragazza è lontana. certe persone trascorrono la vita intera senza una dannata scopata e poi sono gentili con tutte le ragazze e si innamorano di quella che dice loro buongiorno.

io non mi vorrei fare pena, quando provo pena per l'essere umano.

vaffanculo, io non mi merito questo.

c'erano in ballo delle promesse, diocristo.
postato da: lucowski alle ore dicembre 28, 2006 14:15 | Permalink | commenti (4)
categoria:
martedì, 26 dicembre 2006
so mentire, io so mentire, non avere paura non dirò la verità non dirò la verità non dirò la verità io non ci ucciderò. ooooooh, ragazzo! tu la dirai tu la dirai dirai il vero dirai il vero non è per forza di cose silenzio dire il vero dillo dillo pronuncia: hai nelle movenze del tuo primo amore scoperto ogni cosa-hai tutto in lui di seguito non c' niente, non passa il tempo, ogni istante è perpetuo: io so mentire, non mi mandare via: nutrizione, nutrizione, apri le gambe, aprigambe, fingi di credermi, fingi di sapere che io sono mentire, perchè so mentire perchè.

infilerò prima un braccio e poi l'altro braccio dentro ciascuna manica del cappotto, scriverò un sonetto, converserò con autentica giovialità che sembri autentica l'aspetto sereno di chi non è arrivato dopo, di chi non è scarto dei propri anni. costume: prima una manica del cappotto e poi l'altra manica del cappotto: dì una bugia a mamma, dilla una bugia piccolina, così gesù ti amerà e tutti ti ameranno e non saprai mai cosa ha visto colei che ami guardando il tuo volto in quell'attimo in cui non ti ricnosceva: ognuno di noi ha visto mostri da non dire nei tratti dei suoi amati meglio amati

i meglio amati i meglio amati, gli assassini: lo diventeremo se vorremo confessare che sappiamo mentire: non si dice del proprio nocciolo nero impermeabile: non si dice delle seghe che la gente si fa sugli autobus e delle donne, le ragazze carine che hanno preso in bocca un manico d'ombrello nel buio dei sedili posteriori per sentire provenire dal maschio col braccio infilato nei calzoni fino al gomito quel particolare odore salato, le bimbe forse lo sentono addosso a tutti noi ed è per questo che sorridono, non per il giochetto che facciamo, non per il candore: forse le bimbe sanno meglio di noi e mentono: tu mentivi da bambino, quando non sapevi di esserne capace? tu: chi ti credi di essere, james joyce? nausicaa, nausicaa: che guardi pure chi vuole e nessuna responsabilità per la morte dei meglio difesi, i meglio tenuti, i più protetti a cui non mentiremo, non è vero? non mentiremo se non a costo di voler confessare che sappiamo mentire e, uh, zitto, uhuh, fossi sincero io stesso adesso starei zitto:

la scena si svolge in camera, in odore di tremenda nudità e sesso non avvenuto che quindi mai smette di avvenire.

la donna si avvicina a confessare che è l'uomo tremante incapace di stuprarla il motivo del suo freddo.

ed egli di seguito, secondo logica, si ricorda di possedere l'arma adatta, i mezzo d'uopo per invaderla e si ricorda che lo sa fare. lui saprebbe benissimo e, di seguito, compie ciò che sa e deve e può e smette di essere meno animale, che siano tutte bestie le bestie, che siamo bestie- pensa tra sè l'uomo steso, il maschio che si alza come il cazzo si alza come.

la donna si avvicina a dirlo, la donna lo dice: è l'uomo tremante il motivo del suo freddo, depredata lei godrebbe: il problema è il suo affetto: qualcuno che la stupri sarebbe la soluzione. sanguinante e quasi morta lei avrebbe ciò che vuole: non da lui? e perchè no? e se questo è il motivo del freddo della donna....

lui di seguito, secondo logica, la stupra a forza. le fa un male che è esattamente detto solo nelle urla. il dolore fisico puoi averlo come esclamazione, mai come ekfrasis. la digressione sarebbe masturbatoria. dissertare e dire non dice un cazzo: devi gridare o sentire un grido.

mancava lo stupro e lui c'aveva il cazzo: lui ci mette lo stupro. lei muore dilaniata dal suo cazzo e amen. chi ha sbagliato?

se il primo amore che vivi si premura di non toccarti mai, puoi anche giungere a certe forme di affetto perpetuo nei suoi confornti con cui nessuno potrà mai paragonarsi, dovesse arrivare ad ucciderti.

(scena due scena due scena due: datemi una scena due: lei lo accoltella e lui sorride e si accorge di tutto solo dopo essere quasi morto).

se il primo amore che.

il primo.

amore.

che.

bimbo, sai mentire?

bimba, gli hai mentito?

hai sorriso?

m'hai ucciso?

chi ha sbagliato?

m'hai sorriso?

so mentire?

vuoi che impari?
postato da: lucowski alle ore dicembre 26, 2006 19:34 | Permalink | commenti (1)
categoria:
martedì, 26 dicembre 2006
contare le sigarette di cui ha bisogno per passare una notte tranquilla. questo ciò che egli faceva la sera in cui non accade alcuna fusione. c'è un posto rincantucciatto in cui suonano le note che devono. tutte le parole possono essere disposte in maniera da alleggerire il carico di angoscia cui ogni istante è intrecciato. è il tempo stesso ad essere infarcito di buchi in cui cadere. sentiti il battito del cuore: uno, due: tra l'uno e l'altro c'è talmente tanto che ti ci puoi tranquilllamente stendere e ci puoi morire. adesso occorre contare le sigarette. sei. senza insonnia egli ce la dovrebbe fare. alza il dito. dalla posizione iniziale a quella finale c'è un intervallo di tempo ampio abbastanza da edificare regni, abbattere astronavi, dico ancora morire.

considera il suono della parola "grembo". immagina un bosco incantato. egli possiede abbastanza sigarette. egli ne uscirà vivo.

una notte, una notte soltanto. il tempo non andrà oltre la prossima alba. ho tutto in testa. ho un piano. so cosa dire. so cosa dire. conosco il linguaggio. ho accesso. entro. so quello che sto facendo. egli ed il numero delle sue sigarette. io lo salverò.

non basterebbero le galassie per contenere l'estensione di se stesso che egli può concepire tra il primo ed secondo respiro che compie nella regione di ticchettìi tra la prima volta che aspira fumo velenoso dalla settima sigaretta rimasta e la seconda volta che egli aspira fumo velenoso dalla sua settima sigaretta rimasta. restano sei sigarette. adesso giochiamo. egli ha vita. respira. tra un respiro ed il respiro che segue, ormai sapete. ma non lo dite a nessuno. un uomo ci può uscire di testa per una cosa così. egli è uscito di testa per una cosa così. il tempo si può allungare come un rimasuglio di palloncino. la gomma che avanza, la gomma che avanza. insensata prospettiva schizzata guardando il vuoto.

egli uno, due, dieci giorni fa ha aperto la portiera dell'automobile avuta in prestito e nella somma dei momenti intercorsi tra l'ingresso nell'automobile è accaduto quanto di più prolungato. non ne verremmo a capo nemmeno in mille anni. portiamolo avanti, seguiamolo fino a quando è oltre. eccolo oltre. a metà del suo viaggio, partito da dove non ci interessa e diretto in un posto di cui non ce ne fotte un cazzo. ha una fantasia mentre dirige i pneumatici anteriori girando il volante della sua automobile in maniera che le ruote le ruote le ruote- perde colpi- la macchina! l'automobile fa la curva che deve. ha avuto una sigaretta. no! una visione. una sciatta fantasia. (grembo). di seguito nella sua mente le immagini si combinano ad una velocità che sarà sempre comunque oltre la nostra capacità di comprensione. nella migliore realizzazione percettiva che noi per noi possiamo ipotizzare siamo lenti come la crescita delle catene montuose contro il battito delle alì di un colibrì, se messi a paragone del lampo combinatorio della sua immaginazione. è molto più facile sapere che egli possiede le sigarette che gli servono. le possiede. questa notte non andrà fuori di testa. lo prometto. ha le sigarette. è passato troppo per creare un ponte tra la persona che ha le sigaretta e la persona che ha la fantasia non ancora descritta nell'automobile che non descriverò mai. non dirò una fottuta parola sulla fottuta automobile (grembo!).

l'immagine che per prima entra nel flusso di pensieri dell'essere umano di cui ci stiamo occupando (oh, so che la responsabilità di questa scrittura noiosa non può che ricadere esclusivamente su di me, ma invoco chiunque metta gli occhi su questi precisi caratteri messi tra parentesi affinchè abbia cuore di essermi solidale, mi sia amico in ragione di qualcosa che non conosce. avete creduto a molte cose. avete creduto ad affermazioni davvero inverosimili sulla base delle quali siete arrivati a permettere scempi indicibili, cose che non sono perdonabili. innalzato governi empi, impilato cadaveri, incendiato i capelli della gente, fatto esplodere bulbi oculari. vi siete riprodotti. confezionato bibbie e religioni. state con me. non voglio morire da solo. siate qui. al centro esatto della congerie sistematica che sono, apparecchio di interdipendenze. salvatemi.) è quella di un fuolard monocromo. di un certo colore. del colore è necessario dire quanto è necessario dire della macchina. un beato cazzo. niente di niente. ancora un accordo tra me e voi. ne sto proponendo uno per rigo. rischio di crollare. sostenetemi. ciò è meglio affermarlo dopo avere tracciato la comune intesa in una parentesi che si apre, una parentesi che si chiude. come un abbraccio. come incrociare il sentire mio col sentire vostro. ma ho ceduto, il concetto di argine è irrimediabilmente compromesso.

vedete, io vorrei poterlo dire. vorrei poter dire tutto quello che si deve dire. non si può fare. potremmo arrivare a sentire insieme traccianti, scie di comete, orgasmi, peregrinazioni di quanto percepiamo come il nostro intero cervello e perderemmo comunque, se la posta in gioco fosse quanto io metto in gioco.

colui che nella sera in cui gli occorrevano sigarette per stare tranquillo aveva sei sigarette su cui fondare la propria serenità ha sei sigarette ed uno scroscio di luce bianca caduta nello spazio messoci a disposizione dai nostri sensi precipita ed invade quanto possiamo costringendoci a sbattere gli occhi per una porzione infinitesimale di sostanza cronologicamente nominabile. adesso si ha paura a chiamarlo tempo. se ne dovrebbe avere sempre, ma siamo solo ciò che siamo e ci occorre qualcosa cui tenerci anche quando sembriamo solo corpi nudi che girano vorticosamente in spazio nero. sapete benissimo a cosa alludo. vi siete mai arresi? a quel punto si tace. se i tuoi occhi sono qui a fare i conti con la possibilità che io scriva fino a poter descrivere gli attimi in cui sono morto, allora vuol dire che a questo punto non si tace. qui si strepita. ha le sigarette. una sera gli sono servite sigarette. non ne ha potuto fare a meno. nessuno avrebbe potuto. guidando l'automobile si è fottuto il cervello. ma ciò è avvenuto fuori da quanto può in questa sede venire piegato alle declinazioni dell'ossevabile. il fazzoletto. (grembo). il foulard ha trascinato dietro di sè l'immagine di un collo di donna sul quale strofinarlo. adesso viene il bello. volendo. immagina lo strofinarsi della stoffa sul collo. bendare la ragazza. passare con rapidità non prevedibile (da lei), un dito all'interno della fessura umida della fica. sentirsi riscattati dal sapersi quanto può placare la fame di sesso di quel corpo in particolare. voglia dio che quel corpo in particolare abbia fame.

egli ha tirato fuori un altro foulard e lo ha messo sotto la pancia di lei. lei è stesa sulla schiena. bisognerebbe dire "ella". lei è bendata. trasuda umori dalla fica. la fica si spalanca. a vista d'occhio. si apre. è la bocca di tutte le metafore, è proprio quel fiore che si dice quando si parla di una fica che è un fiore. questo parlare di una fica che sia un fiore lo può fare qualunque idiota. ma posso farlo anch'io. meglio di quanto non direste. non adesso. adesso egli se la scopa.

come si deve, se la scopa. alzarle le gambe fin sopra le ginocchia e sfondarla che senta contro il limite del fondo della fica che l'incendio avverrà proprio sotto il suo ombelico e lei non avrà più un pensiero in testa e lei non sarà che sbattuta e creata corpo nuovo nel cazzo che la rintrona, la riempie, la nutre. questo nella testa di lei. nello spazio che abbiamo noi ed adesso (grembo) è la realtà, egli ancora non l'ha accarezzata tra le gambe aperte in invocazione una seconda volta dopo essersi bagnato la punta di un solo dito nella sua umidità di fica. lei ce l'ha dentro. il reale è ciò che è perchè è ciò che è è ciò. aaaaaaah. che sia luce e luce e luce. dammi la tua carne. chiedi la mia.

che della mia carne la tua carne aperta in quella maniera là in mezzo non possa farne a meno: che tu sia disposta a tutto. grida e ti scopo grida e ti scopo e sai che sarai scopata ma quando alla fine entro entro entro in ciò che è protetto da un secondo foulard, le mani (grembo, piangi) completamente aperte a stringerti il culo che tu mi scivoli sopra e quanto posso scoparti? più di quanto immagini.

contare le sigarette per questa sera, aver immaginato, egli ha sempre più di quanto serve.

le sigarette sono solo sei, invece.

ella così contenta di essere scopata...
postato da: lucowski alle ore dicembre 26, 2006 00:59 | Permalink | commenti (1)
categoria:
lunedì, 25 dicembre 2006
alcuni tra noi
io
le ragazze con denti marci
e gli storpi con una gamba più corta dell'altra
da piccoli eravamo davvero certi che gli adulti sapessero certe cose, celassero misteri e meraviglie indicibili.
sento che fa male
sento che fa davvero molto male
sono la scimmia bukowskiana che interessata ancora a salvarsi
il mio culo
non la redenzione dell'universo
non sapevano niente
gli adulti
benvenuti
abbiamo fatto cosa?
a chi?
derubati e umiliati e offesi conserviamo
la brama brillante nelle bave perlacee
che dio c'aiuti
che ci metta mano qualcuno
alcuni tra noi alcuni tra noi alcuni tra noi
crederanno che balbettare sia una questione tattica
prenderanno tra le braccia corpi gementi della propria presunta
non presenza al mondo
eravamo davvero certi che avessero un segreto
molti segreti
codici
avremmo giurato che voi aveste quello che ci mancava
ci avete giocati
e noi adesso stiamo a discutere della grazia dell'uccellino azzurro
con una versione della nostra immagine
che sia un po' più benevola
un tantino più credulona
non ci incanteremo se non nell'abbacinazione
alcuni di noi credevano che voi
oh, cazzo
lo credemmo tutti
in svariati attimi di mal di pancia e denti rotti e poesie
ed ossa e tendini infiammati

signorina mi allunghi una sigaretta di misericordia, mi mostri i seni, mi dia asilo tra cosce che colino e colino e colino per me. un segreto, molti segreti, la meraviglia stava nella decodifica. signorina la prego creda nel proprio rossetto, abbia fede nelle calze a rete, non induca in diniego il suo culo. aspettammo rivelazioni tra ringhiere di ruggine e poco altro.

alcuni di noi:



disse quintiliano della ripetizione come via al successo ed al soddisfacimento, alla riuscita, alla salvezza.


l'inferno è la ripetizione, disse king. per il francese sono gi altri: che sono comunque replicanti, corollari a due gambe della ripetizione. differenziati nei dettagli. ho un occhio speciale per quelle come te, signorina: dammi una sigaretta.



alcuni di noi:



che l'inferno sia l'assenza di segreti di noi stessi: assassinata l'infanzia felina, pelo e sangue e interiora e poche tracce di frenata:
un bel nulla
da decodificare.
postato da: lucowski alle ore dicembre 25, 2006 19:37 | Permalink | commenti (1)
categoria:
lunedì, 25 dicembre 2006
simlazione dell'incontro nella simulazione dei corpi vestiti

e simulazione del tocco

con brindisi annesso

ho queste parole che mi muoiono in mano

come mosche secche in agosto

come la coscia grassa della donna grassa

nell'inutile imballaggio delle calze a rete

la bimba ha paura nella stanza tutta rosa

l'orsetto perde ripieno

sbiadiscono le pezze colorate

do della caracassa marcescente

all'umanità intera

qualcuno me lo accorda

me lo accordo io

il poter dire

simulazione della parola nella verità di carne

delle labbra che si toccano

superiore inferiore

scintilla e i sedici anni della vagina vestita a festa

il tempo irrendento dei tucisperiancora

tengo in vita il polpastrello di ogni dito

il cazzo mi si alza ancora ad arco

ecco l'imperio, ecco lo spettacolo dei burattini

simulazione del coraggio nell'arrendersi con stile

dico di tutto dal mio buco

e simulazione del tocco

nelle stecche nodose di dita in giuramento

dita in esplorazione

seni palcoscenico

tessuti erettili

i sostantivi che riempiono gli spazi tra le stelle

l'infinita gara di cadaveri in corsa

quante belle parole conosco

quante belle parole ho imparato

in ogni nostro incontro

sebbene nessuno mi notava

sebbene tu non lo sapessi

sono stato vampiro e parassita

ho imparato la tua sintassi

e preso a prestito la tua danza

umanità viziosa

simulazione di simulazione di simulazione

reciterò nei miei giorni di gloria

ho imparato a mentire

come in quelle canzoni

quante belle parole conosco

quante ragazze avrei potuto vestire di sperma e amori letterari

in tutti i giorni in cui toccare un altro corpo mi era vietato

come un masso avrebbero pesato i capelli da spostare dietro orecchie da cartone animato

come bare colme di cemento le sete degli abiti

ho visto ragazze che potevo solo sognare

spalancarmi le gambe come costellazioni

ho recitato nei miei giorni di gloria

il cuore umano vale sempre quel che vale

vale sempre quel che vale vale sempre vale

un mucchietto di carne

come un pugno insanguinato

la fine del mondo

il cazzo dritto dritto

simulazione di simulazione

quante belle canzoni

toccarti le dita mi sarebbe costato

più di quanto abbia mai posseduto

l'orsacchiotto non protegge

hanno i denti le ante degli armadi

tu non sei dove devi

e so un sacco di belle parole

dio

so un sacco di belle parole
postato da: lucowski alle ore dicembre 25, 2006 00:51 | Permalink | commenti (1)
categoria:
martedì, 19 dicembre 2006
sei veramente minuscolo

grano di speranza

chi ci cosolerà?

ho un diamante ed un letto disfatto.

grano di lucentezza

sei così prossimo al dissolverti:

uomini coerenti distribuiscono opuscoli di salvezza lungo fiumi al neon usciti pari pari dalle vecchie poesie americane,

lo zucchero ha impastato

i resti delle calze di pizzo un giorno indossate da mille amanti in confuse spirali d'avanzo

crinali d'accatto per sguardi momentaneamente impossibili da dirigere altrove come il

gusto per le belle parole nelle tue lucenti strizzate d'occhio e

inchiostro di china su trascurati insetti iridescenti



sono il corpo di colui che si sveglia e ti attende, Meringa esausta,

il palmo d'una mano pressato su entrambe le orecchie

mi tiene fuori dalla congiura della ruggine

e dagli inganni della geometrica presenza delle ringhiere

che illividiscono gli spazi

e ancorano come ami da pesca

il punto di fuga della regione infinitesima di mondo

in cui guardo per vederti arrivare.
postato da: lucowski alle ore dicembre 19, 2006 11:34 | Permalink | commenti (2)
categoria:
lunedì, 18 dicembre 2006
analogia della trasmissione di dati e facce e cuori di porco macellati

a lunghissima distanza

antenne paraboliche, gente vestita, echeggiare di scopate possibili

in tutti gli attimi in cui nessuno esce di casa

nessuno entra in casa tua

analogia con le stanzette di cemento e

un cranio con dentro una rete di impulsi elettrici

con dentro una cognizione di centralità rispetto all'universo intero

siamo capacissimi di percepire il nostro annullamento

il mutare della pelle sui nostri corpi irredenti

mentre la pelle intanto persiste proprio come cosa morta

chi avrà cuore di toccare chi avrà cuore di toccare chi avrà cuore di toccare chi:

analogia della palletta di luce

che in analogia percorre l'universo e persevera nel buio

analogia del verso non finito

la bocca non baciata

il seme non espluso

l'amica introvata

la perduta pervicacia del cane spappolato sull'autostrada per Ognidove

fine della fine e l'analogia della sigaretta schiacciata sotto un tacco lucido di scarpa da donna

mentre è pesante la prossima parola

e tu non mi puoi sostenere

mentre un ventre intero si richiude scremando l'indigeribile

e figure non delineate saltano in piedi segregate come me nei confini delle pareti:

un letto ed intorno niente di niente per pavimenti e pavimenti e spazi non immaginati,

sopra il letto un corpo dormiente e

analogia di un qualsiasi dire "Mestesso"

(trasmissione di dati e facce e cuori di porco macellati)

(a lunghissima distanza)



la donna crede proprio di non farcela più

un lavandino contiene la pentola che contiene l'incrostazione che contiene l'irrimediato:

non è di dormire che ha paura

è il senso d'eterno in cui teme di credere

è che sarà come saperlo sempre sarà come saperlo

come saperlo

come saperlo



come crederci, che ci siano sempre altre veglie.
postato da: lucowski alle ore dicembre 18, 2006 15:49 | Permalink | commenti (1)
categoria:
giovedì, 14 dicembre 2006
il tizio salta in piedi sul letto, si espone un capezzolo attreversato da parte a parte da un chiodo arrugginito e inizia ad intonare le parole "rivoltella", "pallottola", "conato", "debito".



il tizio le dice ed il tizio le ripete. il tizio sussurra ed il tizio grida. pare affetto da malattie senza nome. è coriaceo. è forte.



non posso farci niente, il tizio è qui, estremamente presente. presenza ed assenza sono giochi al massacro ed io ho imparato a giocare da giovanissimo, ma non l'ho mai ammesso.



il tizio sa di me ogni cosa, ma il tizio è anche colui che protegge i miei segreti inzuppati di liquida vergogna arancione dietro i cancelli delle sue strizzate d'occhio.



il tizio non è mai stato il signore delle menzogne, ciò che lo riempie, la sostanza pressata dentro la guaina livida della sua pelle in perenne suppurazione è l'innegabile esistenza dell'indicibile.



- rivoltella, pallottola, conato, debito!- è un grido, questa volta.



io so di cosa sta parlando il tizio, bukowski è annullato nella sua cantilena.







adesso guardatemi. sono un canto di dolore, proprio come voi. tenetemi per bene gli occhi addosso, mentre striscio nell'angolo più remoto della stanza a cercare la protezione dell'odore perfettamente umano che emana dal corpo vivo del mio scrittore preferito.



sono scivolato all'indietro nello spazio più nero che io sia mai stato in grado di generare attorno alla mia figura vagante e vagante e persa e straniera. ed ho saputo dire di me quello che potevo. in quei movimenti aggraziati in cui la mia vita si è spenta lasciando a voi questo flusso elettrico che strina i peli e distende la pelle umana a me più vicina, io ho trovato il tempo di eseguire uno scatto fotografico, tale che la fine non è stata senza testimonianza. eppure il tizio ha visto e racconta nell'intervallo tra le sue parole molte, moltissime cose che io non ho saputo e non voluto dire. il tizio sta qui per fare due conti, e nessuno può avere pensiero di remissione o speranza di salvezza. non c'è oblio e non c'è lutto. il tizio succhia come un grasso insetto tutto ciò che ho mai avuto di vivo e non ci si aspetta che destino migliore avranno i futuri globuli d'oro della mia felicità.



si marcisce.



non uno di coloro che trova salvezza nella stesura di parole di condanna e rimedio e devozione e inganno e rivelazione avrà la possibilità di restare davvero in vita.



sapete com'è la faccenda: "dato un lasso di tempo abbastanza lungo, l'indice di sopravvivenza scende a zero per tutti".







bukowski ha pianto, in vita, bukowski ha generato una figlia e le ha comprato frutti di avocado.



- poi mi sono preso la leucemia e sono morto- aggiunge hank.



- scaricati pure di quanto seme e dolore puoi, "vita mia, mia antichissima vita. mio primo voto malrichiuso, mio primo amore infirmato": rivoltella, pallottola, conato, debito-dice il tizio.



- cancro?-provo ad aggiungere io timidamente.



il tizio strizza l'occhio e aggiunge:



- dolcezza delle tue braccia che su corpi dormienti si richiudono, se è per questo.
postato da: lucowski alle ore dicembre 14, 2006 18:52 | Permalink | commenti
categoria:
mercoledì, 13 dicembre 2006

-lasciati andare-dice il tizio- sii il pupillo del fallimento, scivola, goditi le scie elettriche del rifiuto fino in fondo...


tutti quei tendini e così poco dolore per sentirli-dice il tizio.


è una sequela.


ho un nuovo coinquilino. nuova stanza, nuova gente. tranne bukowski. bukowski è venuto con me.


(non ci provare).


postato da: lucowski alle ore dicembre 13, 2006 11:53 | Permalink | commenti
categoria:
mercoledì, 13 dicembre 2006
alla fine lo puoi anche fare



sussurra il tizio



l'omicidio è nelle tue potenzialità



com'è in quelle di chiunque



ed alla fine lo puoi fare



puoi uccidere la cosa che ami







gli dico che questa è roba vecchia



e mi sento le dita pesanti



in strada avevo tutto in testa



definito e rifinito



finito



ma adesso...







-ti pare questa l'ora di tornare a casa?-dice bukowski alzandosi su poderose gambe malferme.



il tizio non ha nemmeno il tempo di capire chi lo abbia colpito, prima di ritrovarsi con due denti spaccati ed una nuova visione del mondo.



orizzontale.
postato da: lucowski alle ore dicembre 13, 2006 02:21 | Permalink | commenti
categoria:
domenica, 10 dicembre 2006

la gente scrive sms che passano in una striscia colorata dentro il televisore. forza inter, cuoricino ti amo... poi uno scrive che la donna che amava lui da vent'anni oggi sta scopando con chissà chi. o almeno così teme lui.


e dicono che requiem for a dream è un esercizio di stile.

postato da: lucowski alle ore dicembre 10, 2006 16:48 | Permalink | commenti
categoria:
sabato, 09 dicembre 2006

che forse è tempo di cioccolatini


e caramelle.


dovreste avere in testa qualcosa come


la ragazza


che salta sul letto


ognuno di voi


immeritevoli.


                                                       (sn)

postato da: lucowski alle ore dicembre 09, 2006 15:17 | Permalink | commenti (1)
categoria:
sabato, 02 dicembre 2006
qualcuno ci ha preso a parte dagli altri bambini e ci ha fatto questa cosa in testa. alcuni sono stati rimandati nelle aule che sapevano di suora vecchia. altri di noi sono stati portati via. ancora una volta.



qualcuno ci ha preso.

ci ha fatto questa cosa allo stomaco.

rimandati nelle classi che avevano l'odore della parola "edificio".

altri via. presi di nuovo. a parte.



qualcuno ci ha fatto altre cose che non si possono dire.



qualcuno ha disimparato la parola, io ero tra quelli leggermente più fortunati. ho perso solo la persistenza del senso delle cose.

perchè le cose hanno il senso che hanno il senso che hanno il senso che anno che



mi prenderanno a parte.



sono ancora da vedere, i begl'esiti.



"ragazzi, io nasco troppo spesso".

e

decisamente

nasco troppo vecchio.
postato da: lucowski alle ore dicembre 02, 2006 19:31 | Permalink | commenti (1)
categoria: