lunedì, 30 ottobre 2006
postato da: lucowski alle ore ottobre 30, 2006 22:23 |
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domenica, 29 ottobre 2006
postato da: lucowski alle ore ottobre 29, 2006 16:13 |
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giovedì, 26 ottobre 2006
aspetto che il ticchettio beckettiano delle mie dita venga interrotto da uno squillo del telefono. e proprio non è questa la morte, io la morte la conosco, fidatevi. ho visto come certi occhi possano scendere dentro uno scolo di fogna mentre ancora fissano il mondo come depositando su oggetti, linee e perimetri un po’ di peso, qualche umana sostanza in eccesso. nell’antica grecia girava gente che diceva degli occhi umani la capacità di generare luce ed io avevo quattordici anni: il risultato fu il continuo e sempiterno baloccarmi per mesi e mesi (in eterno- dico ancora- sogni, orgasmi, corpi morti per aver scopato e non con me: tutto va in eterno, allo sfascio, come quella poesia non scritta. il male ha sostanza, il sesso moltiplicato nelle teste dei ragazzi che vedete gettati in pose di abbandono su scaloni di paesini deserti, quelli che non scopano mai: mai scoperanno: perché sono eterni, siamo indistruttibili e siamo legione, siamo immortali e le fiche che si aprono lasciano entrare aria e luce oleosa urleranno ancora nelle nostre teste quando il mondo si farà polvere e mosca morta, glorificherete qualcuno oltre me, nello sfacelo? oh sì…ma ci ammazzavamo di seghe, non potete farci niente: siamo ineluttabili):
ineluttabile il pianto, la coscienza che mamma guarda
e l’urlo che copre il canto d’attrito di tutti i pianeti
ineluttabile il cazzo che s’alza in meraviglia
e la gioia di ani aperti, crateri eruttanti, sogni non ancora incarnati
nei nostri giorni
nei tuoi
nella luce che hai avuto il giorno che lui ti fece intendere che t’avrebbe baciata
e tu comprendesti
ineluttabile
anche l’attesa di quella scopata che non avvenne mai:
io non ho mai capito niente, in vita mia. le cose- ne faccio un punto d’onore- io le comprendo: tutto qua: questo è il limite e questa è la forza che posso: io comprendo, prendo dentro, mi allargo, mi sfondo, sono ordito di seta, se vi pare: più spesso un ano che si squarcia rivolto alla sostanza del cielo: chiedetene notizia al vecchio pazzo che va sotto il nome di jodorowski: non fa che riperterne la sequela canterina: di quel culo mistico che si apre.
non avere paura (di non averne abbastanza)
guarda me, che tutto è ineluttabile: la musa solleva un sopracciglio litigando col cambiomarce della sua macchina verde-meretricio: “c’è dentro il lutto…la gente non ci pensa…”
non è questa la morte,
in attesa che squilli il telefono, sono cosciente di ciò. che non esista l’inconscio?
e:
se,
piuttosto, fosse l’idea del conscio, ad avere i piedi d’argilla?
non avere paura (di non averne abbastanza): tutto quanto si risolve nell’abbacinamento del coniglio sulla strada che ritiene
(dio cristo, passerà pur qualcosa in quella sua bacata e piccolissima testa di coniglio!)
di restarsene fermo e farsi arrotare: muoiono i gatti e per morire cercano di esser soli, muggiscono orgasmi nella notte senza dio (sai che novità)…la fine del gioco sta nel randagio che nessuno ha conosciuto: alberghi nel mio cuore, o rosso sogno d’infanzia:
ineluttabile.
(il telefono squilla, sorrido ed abbandono: esposte le viscere sull’affannato ventre)
domenica, 22 ottobre 2006
baudelaire vuole una spada ed un veleno, salvo poi richiedere, nemmeno tanto velatamente, di essere vampirizzato per continuare nell’estenuarsi, amare non ricambiato, morire come sentendo evaporare in alto sul corpo tutti i liquidi che fin dall’alba dell’uomo come bambini abbiamo chiamato con nomi astrusi d’alchimia, attribuzioni di spirito. ma in fondo non ne abbiamo mai saputo molto. ci precipitiamo, animali di dipendenza chimica, nei tempi della sottomissione a qualcosa che chiamiamo come chiameremmo noi stessi se avessimo un nome ed io
io
negli altri nomi vedo che puoi sorridere
nelle stanze sento strisciare la mia fine
intontito di cemento percorro tutti i luoghi senza muovermi mai da questo posto. disponi nella stanza cani moribondi dolci ed uccelli di grazia, tutte le mie parole e,
animale di grazia,
la totalità degli organi animati e vivi di cui siamo parte non separata pronuncia l’esito che siamo
la fusione che non avviene
l’animale di cui partecipiamo quando la parte non è che un’idea, è una scorciatoia…
pronuncia che non ci possiamo separare, seppure la fame che ci muove le viscere
i rettili addormentati nell’inverno del diniego
la morte della speranza percorrente gli spazi in abito trasandato
e la facilità inconsapevole con cui finisci per distogliere gli occhi da me
prima di sapere l’imposizione della mancanza
tutto quanto
grida che grida che grida che grida che
grida
adesso scorre un altro pezzetto del nostro attraversamento
il sangue sotto i brani della nostra carne percorre e percorre e ci precede
la formulazione di immagini nella tua testa non è resa in parole
odore e visione nemmeno lontanamente vicini alla possibilità di essere distinti
ma parleremo
e parleremo a lungo
e ci allacceremo nel vortice di cose illeggibili, dette, parlate, offese, taciute
non ho grammatica e non ho sintassi e non ho salvezza
come vedi, piccola mia, che sei piccola e sei piccola e sei piccola
e grida
che gridi che
gridi
che
posso reiterare come in un canto di mancata divinità la fine dell’estate
ed il freddo passato dal corpo al corpo al corpo al corpo
quando i corpi non si toccano
posso dipingere interi fondali e stabilire perimetri di teatri, soppalchi, abiti di vecchie signore commosse, gravidanze, canti di natale, me ne posso sbattere di tutti voi, quasi per una giornata intera: io posso uscire in strada e sapervi morti e pregare che il mio accendino non sia scarico ed il cazzo resti eretto
ma dai
lo sapete
o non lo sapete o da piccolo animale da amare e fremito in un ventre e muscolo cardiaco (posso) presentarmi a voi
che lo sapete o non lo sapete e grido che grido che grido che grido che la ragazza, per quello che ne so,
sentirà solo di sé il timore di non persistere in vita, salute e gioia
come anche l’aprirsi di una ferita e l’illividire della pelle ed infine che gridi che grida e grida che: lei grida.
domenica, 22 ottobre 2006
non scrivo mai un post direttamente su questo spazio bianco da pubblicazione diretta, non sono onesto come dico di essere prima di iniziare a balbettare e cadere. forse la guerra smette di avvenire, se ci accordiamo per essere in pace? non io e te, io e te mai.
quel ragazzo che ti ha mostrato come eri fatta o in cui hai preteso di sapere come eri fatta, che tu lo voglia o no, lo vedrai ancora per tutta la vita in ore negate, taciute, taglienti d'evidenza per chiunque ti ami e soprattutto (le cose vive sono condanne) per chiunque ami tu. voglio essere io. sempre voglio essere io. colui che ricerchi quando brami d'essere annientata voglio essere io come voglio essere la mano che ti copra gli occhi quando piangi del non voler guardare. io gli occhi non li chiudo mai.
io nemmeno, io nemmeno, nemmeno io dimentico niente.
non scrivo alla gente in questa declinazione di violenza pura, non voglio uccidere nessuno e faccio strage di te. ma tacere, tacere è la menzogna che rivela se stessa incurante di chi hai di fronte, per la sua salvezza. per averlo intero. in attesa che crepi da solo.
io ti amo- beckett da morto continua ad urlare: qual è la parola?