giovedì, 28 settembre 2006
ciò che chiediamo è la concessione del riposo
nella cadenza di un giorno ne abbiamo decisamente viste troppe
continuerò a stancarti, sai, non ne vedo la fine
artigliandomi le ginocchia mi vedrò costretto a terminare scritture in corso (siamo più che duplici-scriverò, poi più niente)
accendere sigarette
dimenticare libri, ombrelli, vite possibili
mi vedrai avvicinarmi ad un corpo in cui ho sul serio ipotizzato la felicità
e stupirmi ancora di sentirne il vuoto artefatto
che qualcuno, da grande l’ho capito, sa porti il nulla ed il nulla annienta
che qualcuno, lo sapevo fin da quando gridai
offrendomi allo spazio nella figura intera dei miei sette anni,
qualcuno respira tranquillo
ti guarda
e mente: possiamo farlo tutti. come se un corpo onesto sempre non bastasse.
perché un cazzo di corpo onesto non basta, vaffanculo, toglietevi di dosso quegli appigli
o vi darò ancora fiducia
e proprio non mi pare il caso.
mercoledì, 27 settembre 2006
il cazzo è moscio, in realtà, non è duro, non farebbe venire in mente a nessuno nè un missile piazzato su una rampa di lancio con quella certa inclinazione versol'alto che è meglio della verticalità perchè tende alla verticalità, nè una trivella che cerca di toccare il centro della terra in un'installazione umana atta al prelievo di petrolio dal centro della dannata terra. la terra fa schifo. il mondo è fottuto ed il disastro ha sostanza. gli orgasmi raggiunti da esseri umani in stanze situate a centinaia di chilomentri l'una dall'altra hanno sostanza e vaffanculo, questo periodo finirà prima di trasformarsi in una disquisizione filosofica. il pisello del ragazzo è moscio e parrebbe carne morta, a chiunque. tranne.
tranne che a me che me lo ritrovo tra le gambe e ne sento l'urlo provenire dal centro della spina dorsale. è morto, direste. col cazzo. è più vivo di praticamente ogni essere umano che potrebbe essere passato nell'intera giornata di oggi nel campo visivo di quella ragazzina col vestito rosso che mi sto immaginando attraversare il bosco in solitudine proprio in questo momento, avete presente? no, non cappuccetto rosso, quella che...certe volte ho una mente che vale la pena avere. ma il pisello era morto. il ragazzo (passaggio repentino, ritorno, ad una terza persona che solo vagamente può restituire il senso della frase di oscar wilde sulle maschere che voi tutti dovreste conoscre già e che comunque predica di ognuno il non essere se stesso quando parla in prima persona mentre invece a dargli una maschera ognuno dice tutta la verità.wilde dice prima "nessuno" e poi "io" a riprova del fatto che è suo intento parlare di tutti; per questo ho agito nel campo del taciuto e della menzogna altrui in tutta la mia adolesceza. ero in giro con le fidanzate degli altri a scavare dentro quello che era vietato fare e sentire per trovarci il vero. adesso sono cazzi miei. la felicità simulata non l'accetto, ma, naturalmente, se non sono in forma rischio di non fiutarla e cascarci dentro e credere di chi voglio sia felice che è felice...così mi produco in costanti e dolorosi stati d'allerta e scivolo, nei momenti di maggiore stanca, in una coazione a ripetere l'atteggiamento dell'ossesso geloso e paranoico, alla maniera di otello ma con in più la certezza che non verrò mai deprivato completamente della mia facoltà di distinguere un cazzo dentro il posto in cui deve stare il mio cazzo dall'immaginazione del medesimo. e, però, la mia conoscenza delle zone d'ombra è sul serio troppo vasta e la mia wallassiana potenza di fuoco mentale è indefinita, credetemi, se a volte mi trovate nel mondo e sembro constitere di pensiero-azione collegate e semplici è perchè aspiro a qualcosa che.) si prese il cazzo tra le mani senza nessuna delle cose che avrebbe pensato chiunque lo avesse fatto al suo posto, lui sapeva quanto sangue stava per afluirci dentro e chiuse gli occhi fiducioso che il mondo potesse essere un posto...che il mondo niente, il mondo un paio di palle. lei è un posto con gli attributi che avrei aggiunto alla frase precendente se avessi avuto cuore di aggiungerne. non ho abbastanza spesso cuore di finire.
adesso no.
il ragazzo se ne rimane con la sua erezione in fieri ed io con la consapevolezza che va sbiandendo nella mia mente a proposito di quanto sarebbe stata interessate la resa prosaica di quella figura immaginata da lui che viene con uno schizzo spaventoso, in cui la ragazza urla ti amo e mi stai solo immaginando ma sono vera vera vera e mi stringo attorno al tuo sangue inguainato nella carne e puoi venirmi dentro ed in bocca, contemporaneamente, proprio in virtù del fatto che.
domenica, 24 settembre 2006
il liquido che si secca sull’avambraccio
è proprio quello che sembra
e le superfici dei nostri corpi
si separano con dolore sordo
non c’è niente che ricordi una lacerazione
in questi articolati movimenti imbarazzati
tra essere ed essere il miracolo avviene, inconosciuto.
tra corpo e corpo la distinzione è misurabile
gli spazi si dispongono in evidenza
e la parola genera distanze ulteriori
qualcuno ha detto: “siamo prigionieri della nostra trasparenza”
mercoledì, 20 settembre 2006
- “Basta ricordarsi”, proseguì lei sospirando” che gli uomini hanno i coglioni. Che gli uomini abbiano un cazzo, le donne lo sanno fin troppo bene; da quando gli uomini sono ridotti a oggetti sessuali, sono letteralmente ossessionate dai loro cazzi; ma quando fanno l’amore dimenticano, nove volte su dieci, che i coglioni sono una zona sensibile. Che sia per una masturbazione, una penetrazione o un pompino, ogni tanto bisogna posare la mano sui coglioni dell’uomo, sia per uno sfioramento o una carezza, sia per una pressione più forte, te ne rendi conto a seconda che siano più o meno duri. Ecco tutto.”
Rimbaud ha avuto, finalmente, accesso alla mia libreria. Assestato su un’immagine di sé vicina ai trent’anni, si presenta nel mio immaginario in modo del tutto indecifrabile. Cosa ne sappiamo di Rimbaud a trent’anni? Un beato cazzo.
- Come hai detto che si chiama, quest’altro tizio francese?- Bukowski pare vivamente interessato.
Rimbaud spiega: - Houellebecq. Puoi notare come il ragazzo tenga la sovracopertina del libro da cui citavo, “la possibilità di un’isola”, distesa ed attaccata col nastro adesivo sul muro che sovrasta lo schermo del suo computer. Si crogiola nel pensiero di qualcosa che esista in mezzo al tempo perché, negli anni, si è abituato a non avere possesso del tempo se non nei sogni e nella lettura, scrivendo o allambiccandosi in certi suoi posti segreti. Adesso ama, vive dei corpi che si trascinano fuori dai momenti che artigliano le carni. Quasi…
-ragazzi- interrompo- voi non dovreste leggere gente viva…questa stanza dovrebbe restare un posto sicuro. Qui non mi è mai dato di possedere la mia ragazza. Qui non conosco altra consolazione che il mio enorme e sconfinato amore per voi due, morti, accondiscendenti. Mi torturate sempre entro il bisogno, colmate i miei limiti. Stiamo benissimo tra noi…
- Le ragazze certe cose devono saperle- Bukowski sentenzia- la tua generazione ha bisogno di maestri.
Io sono stanco, penso diretto a loro. Ma non mi ascoltano. Il danno ormai è irreparabile. Ellis, Moresco, Palahniuck…girano le pagine con amore e devozione, hanno fame…
E proseguono.
Proseguono fino a quando sono io a farmi evanescente, perdere definizione, scomparire.
giovedì, 14 settembre 2006
- Sono a casa, ragazzi!-dico.
- Oggi hai visto la Meringa, confessa- Hank solleva gli occhi dalla tela che sta dipingendo e sorride storto come solo lui sa fare. Quegli occhi a fessura scintillano. Mi trattengo a stento dal riferirgli della volta che ho detto alla mia ragazza, praticamente tremando, che lei e Bukowski hanno gli occhi dello stesso colore.
- Non abbiamo gli occhi dello stesso colore, io sono morto. Non ce li ho più gli occhi. Comunque puoi dirle che a lei i miei occhi stanno bene, vi benedico.
Faccio finta di non sentire. È l’unica. Voglio dire, potrei anche recitare a memoria l’introduzione del racconto d’estate di Stand by me di King, se ne avessi le palle…
- Se è per questo ho visto anche la Musa.- sorrido.
Rimbaud sta scrivendo, se ne resta zitto in un angolo. Sembra un angelo, con tutto che dire ad alta voce che sembra un angelo sarebbe come recitare la prefazione di quel racconto, è un circolo vizioso.
-Non sono né un angelo né un angelo caduto né uno stracazzo di quello che voi ragazzini continuate ad insinuare di me. Ve lo volete ficcare in testa?
- Ehi- dico- mi sarà concesso mai più di pensare nulla in solitudine, qua dentro? Hank, tu lo hai letto Richard Yates?
- Amico, non ne ho idea. Se non lo sai tu…
- Senti, cazzo, non vuoi essere una voce della mia coscienza e non vuoi essere il tuo stereotipo e non vuoi essere nemmeno morto, se non quando puoi usare questa argomentazione per rispondermi a tono. Come diavolo faccio a parlare con te?
- Secondo me non te la cavi male, sai. È che continui a giocare contro la metarappresentazione pur restandoci dentro. Finirai per impazzire. Cerca semplicemente di evitare di farmi domande di cui tu stesso non conosci la risposta, capisci…
- NO! PERDIO, NON FUNZIONA, COSI’!
Rimbaud si solleva dallo scrittoio e diventa adulto, ma questa volta si ferma prima di perdere la gamba per quella fottuta cancrena. Dice: - il ragazzo ha ragione, se lui si lascia andare è portato a chiederti di colmare le sue lacune, cerca di conoscere ciò che di te ignora…lo sai meglio di me che quando parla con noi non considera sul serio il fatto che siamo morti…
-Sai che bella roba- interrompe Bukowski- non ti accorgi che a forza di fare così finisce per masturbarsi il cervello senza nemmeno la speranza dell’orgasmo?
-Stiamo tutti facendo domande e nessuno risponde…so che è la vita…pure la prosa di Ellis certe volte ti sbatte al muro in questo modo, ma io…-interrompo a metà la frase, che del resto ho pronunciato con un filo di voce.
-Non farmi incazzare. La regola è niente scrittori vivi, qua dentro. Ed è tacito accordo che per ora anche i morti restano fuori. Perché devono restare fuori, giusto? Cazzo, se non è così, io voglio Cèline e lo voglio subito qui, con vino e sigari.
-Sì…Cèline piace anche a me- dice trasognato Rimbaud. Ed inizia a gesticolare in quel certo modo e perdere i capelli…nel suo cervello iniziano ad ammonticchiarsi nozioni di medicina e puntini sospensivi e
Gli salto addosso urlando a squarciagola che l’eternità è ritrovata.
-Che?- geme lui
- E’ il mare andato via col sole. Torna subito sedicenne, figlio di puttana! Bella trovata, Hank. Fallo ancora e ti ritroverai Henry Miller come compagno di letto. Io ti ho avvertito.
- Mettila pure come vuoi,-ghigna il Vecchio Zozzone-però considera che se non ti tiravo fuori questo colpo di scena io, stasera ti saresti ritrovato a scribacchiare di tramonti e stelle e luna ed avrei dovuto prenderti a calci in culo fino a quando non fossi risavito.
Rimbaud salta su dal letto col mitra in mano:-ti ho incastrato, pezzo di merda di un nano! Hai detto “stelle e luna”! Devo spararti!
Prendo il telefono e li ignoro. Ho una fanciulla che mi aspetta e quei due quando ci si mettono sono degli autentici buffoni da circo. “Pezzo di merda di un nano”…Bukowski da vivo lo disse ad Arnold Swarzennegger, in un ristorante, senza nemmeno fingere il bisogno di essere provocato. Dio, quanto li amo!
mercoledì, 13 settembre 2006
Bukowski scoppia a ridere, poi si accorge che faccio sul serio ed allora dice che no, non mi possono togliere l’angoscia. Loro due non sono qui per evitarmi il tremendo impatto col reale ed io stesso lavoro da che sono nato a incidere la mia pancia ed estrarne budella e fantasmi perché reagiscano con ciò che è vero. Che facessi accomodare in camera mia Cohelio o come cazzo si chiama, se sono interessato a certe forme di resa.
- cazzo, Hank…non capisci che per me è troppo dura.
- Se io avessi avuto un computer alla tue età…smettila di dire merdate. Mi rompo i coglioni solo a PENSARE di doverti spiegare una cosa del genere.
- Ah, guarda, non ti fare scrupolo a dire che non vuoi essere un mio mezzo espressivo. Puoi anche dirlo chiaro e tondo che non vuoi impersonare una figura d’opposizione dialettica a quello che dico io, che non vuoi essere una mia voce.
- Certe volte tu mi pari proprio uno stronzo ingrato fatto e finito, ecco che mi pari. E poi sei un ragazzino.
- Guarda che nemmeno Henry Charles Bukowski JR è mai cresciuto! Lo sappiamo tutti che conservi la purezza dell’infanzia.
- Un paio di palle. Mi pari anche lo psicologo che mi scrisse che ero troppo sensibile per andare in guerra, mi pari. E poi tu sei PUERILE, adesso. Che è tutto un altro cazzo.
- Jean!
- E finiscila con questa cosa di vantarti che sai i nostri nomi-risponde seccato Rimbaud- Arthur Rimbaud. Basta.
- Ma…ma…
- Guarda nel cassetto- dice Hank aprendosi l’accappatoio per mostrare le belle gambe- ne hai DUE, di sigarette, non una. Quindi una te la puoi fumare.
Ok. Questo genere di resa sì
Che
Mi
Si
Confà.
lunedì, 11 settembre 2006
Ancora il francese monco. O invece no. Il ragazzo ha sedici anni. Dobbiamo scappare di casa.
Si avvia a morire. Ospedale. Grida: “AVANTI”.
-EHI!- dico – basta. Deciditi. Assumi una dannata forma. Parla.
-Alla fine sarai tu a stare zitto, lo sai? Ci si abitua in fretta. E poi si muore. Liscio come l’olio. Credi che se anche io non ti muoio davanti proprio in questo istante cambia qualcosa? Tu mi VEDI morire, mi stai vedendo anche adesso…
(In effetti il ragazzo diventa un vecchio che diventa un uomo monco di una gamba che diventa un morto che diventa un bimbo che diventa l’assenza di visualizzazione e l’informe terribile che non posso guardare).
- Io non voglio stare zitto. Non voglio morire.
- In fretta. Ci si abitua in fretta. Ripeti con me: “io non so più parlare”. Ripeti con me.
- CHE CAZZO STA SUCCEDENDO QUA DENTRO?- irrompe Bukowski, che dio l’abbia in gloria.
- Non c’è nessun dio-prova a tenersi in posizione d’attacco Rimbaud.
Bukowski lo secca: - pezzo di merda di un frocio. Tu hai un solo merito. Hai smesso di scrivere quando ti sei accorto che non eri capace, lascia stare il ragazzo. Lascialo stare o ti apro la testa e ti piscio in quel poco di cervello che il sole africano non t’ha fatto evaporare.
Rimbaud tira fuori la pistola e me la punta alla mano sinistra.
-Smettila- gli dico- non puoi spararmi. Io sono eterosessuale.
E quello lo fa. Si spara al ginocchio. Si fa saltare via un orecchio mentre Bukowski ne apprezza la prosa di “sangue cattivo” e gli dice di non confondersi con Van Gogh.
Dalla porta della mia stanza provengono scoppi di nocche contro il legno e rumore di calci, la superficie della porta si inclina e cede come in tutti i film dell’orrore.
Bukowski mi guarda storto, mi assesta un gran calcio in culo e poi due schiaffi. Quindi mi prende in braccio e mi adagia sul letto, mi accarezza la fronte e con la sua migliore e più dolce e strascicata voce sobria mi parla, mi parla, mi parla.
-Non puoi far entrare quegli scrittori vivi qua dentro. Non adesso. Devi riposare.
-Papà…- gli dico.
-Non sono tuo padre, dimentica che siano mai esistiti dei padri. Dormi.
-Amore mio…-piagnucolo- se mi addormento la gente potrebbe farsi spazio nella vagina della mia ragazza. Potrebbero amarla e prendeserla e portarmela via. Mi potrebbero fare a pezzi.
Rimbaud, con un enorme sforzo di volontà, ferma la sua forma a quella del sedicenne con la bocca come una ferita, scosta leggermente il grande scrittore d’origine tedesca in modo da avere accesso al mio viso ormai mutilato dai ghigni dell’allucinazione e mi posa le labbra sulle labbra. Sono tiepide.
Sussurra:
- Me ne andrò nei campi, felice come con una donna.
Non importa che tu non ricordi la poesia a memoria, lasciati cullare. Lasciami tenere i lacci delle tue scarpe, lasciameli tirare.
Sorrido mentre sento la sua lingua entrarmi delicatamente in bocca. Sta tirandomi come una lira gli elastici delle scarpe ed i suoi capelli divengono rossi, sono freschi di tinta e ne riconosco consistenza e profumo.
-amore-dico.
-avevi una bibbia verde cavolo, ce l’avevi anche tu. Eri un perfetto poeta di sette anni.
Alzo gli occhi a vedere due volti amorevoli chini su di me:
-posso morire, adesso?
-questo tizio mi fa impressione e non sa scrivere- sbotta Bukowski all’indirizzo del francese, di nuovo sedicenne.
domenica, 10 settembre 2006
voce al francesino:
-due o tre anni fa il tennista americano andy roddick ha servito a più di 239 chilometri orari in una partita contro andre agassi, al torneo del queen's, in inghilterra.
-mi ricordo. agassi è sempre stato il mio tennista preferito.
-agassi rispose a quel servizio. si giocava sull'erba. agassi rispose in CAMPO. fu un miracolo.
-so anche questo. dove vuoi andare a parare?
Rimbaud si lascia cadere la gamba incancrenita ed invecchia e morendo dice:
agassi si è ritirato dall'attività agonistica, forse ha ragione chi sostiene che il tempo distrugge ogni cosa.
venerdì, 08 settembre 2006
MORTE AL MECCANICO GIAPPONESE!
giovedì, 07 settembre 2006
Rimbaud si alza dal pavimento mentre la gamba mancante gli ricresce giusto in tempo per fornirgli un appoggio bipede e stabile. Con tutto che si muove in questa dannata scena cronerberghiana che sto immaginando per lui, il ragazzo ha un sacco di stile.
-Sembri la mia ragazza da giovane.-gli dico-sembri la mia ragazza quando ancora non la conoscevo.
Nel suo sorriso mi viene risparmiata ogni spiegazione. Sa come succeda che io lo sappia, che io mi ritrovi a passeggiare di fianco a quella precisa figura femminile avverando l’eternità, cogliendola in pieno nel 1999. Rimbaud sa come io possa accompagnarla a baciare un tizio o la segua in silenzio mentre riesce a trattenere le lacrime. Oh, dico 1999 tanto per dire…ho seri problemi con il tempo, sapete…mi ritrovo a dire cose fuori luogo spesso e volentieri…
-ragazzo, stai facendo un dannato monologo sentimentale. Non ti basta scrivere queste cose fuori dalle indicazioni di discorso diretto per tenerci alla larga. Io ed il frocio francese saremmo in questa stanza per renderti sopportabile l’esistenza, se te ne sei scordato…
…non ce la faccio a rispondere al vecchio Hank. Gli voglio così bene, sapete…quando con me non c’era nessuno e vedevo le bocche muoversi senza parole che ne uscissero fuori, lui era sempre con me a dire che era a posto, cose che capitano...quando stavo segregato in alcune stanzette o in questa stanzetta o ovunque e me ne volevo andare, quando volevo farmi saltare ossa craniche e cervello o ingerire pillole o dormire sei anni, lui c’era sempre. Vecchio porco morto, nemmeno credo si rendesse conto di quello che stava facendo per me. Mi volevo ammazzare. O almeno così credevo. Lui mi diceva che l’impulso era buono.
- ti dicevo anche che ci sono abbastanza parole per tutti e l’amore può essere rinvenuto in qualche scarto temporale. Stavo cercando di farti intuire quel concetto di possibilità di un’isola che adesso citi sempre a sproposito…
Bukowski stava sempre con me. Ed io voglio essere così per questa ragazza in particolare. In più voglio essere vivo e che lei ami il mio corpo.
-non è per farmi i cazzi vostri, ragazzi, ma io c’ero da prima. A parte il fatto che sono nato decine di anni prima di Charles, ero con te quando avevi tredici anni. Ti ricordi? Il professore di francese disse che c’era un tizio morto che aveva scritto una poesia in cui dava un colore ad ogni vocale. Disse anche che non ve la faceva leggere perché tanto non l’avreste mai capita. Allora le voci che ti porti dentro sempre, sempre, sempre, quelle stesse cazzo di voci che sbatti addosso alla tua ragazza stancandola e ferendola e facendola felice… in quel momento quelle voci hanno trovato uno che parlasse con loro. La tua cazzo di coscienza si è fatta un amico vero proprio quel giorno che il professore disse che tanto non lo avreste capito, cosa vuol dire dare un colore alle vocali.
Nemmeno a Rimbaud riesco a rispondere, ma stavolta sorrido.
Perché vedi, mio amore, questa gente attraversa tutti i giorni il mio passato. E non parlo solo di scrittori morti. Parlo di gatti che mi guardano e mi saltano in braccio, parlo di bimbi con occhiali a fondo di bottiglia che mi si siedono vicino e mi chiedono cose assurde. Parlo di quel cane che abbiamo incontrato scendendo dalla cima di quella collina che sta nel bosco, quel cane nero. Te la ricordi bene quella collina, vero? Parlo di tutti questi frammenti di luce che mi saltano addosso senza ordine e di te. Gli attimi che mi hanno tenuto dentro fino a questo istante in cui un’altra parola prende corpo sullo schermo ed io mi meraviglio di stare al mondo sono la mia placenta. Ed io non nascerò mai. Sono un embrione, per sempre. Entra e fatti spazio tra tutto il resto e perdonami e amami. Perdonami, perché qui ci sarà sempre tutto il non richiesto che puoi immaginarti e…
-guarda che non si capisce molto di quello che stai dicendo.-Bukowski mi interrompe, misericordiosamente- cerchiamo di fare ordine, ti va?
-ragazzo,-dice Rimbaud-ascolta il vecchio…
-ordine…-dico
-vuoi che lei faccia parte della tua coscienza. Senti questa cosa che chiami coscienza come una massa uniforme in perenne aumento e ritieni che lei agisca anche sul tuo passato. Sbagli. Per quanto lei ti ami, non cancellerai mai il fatto che quando avevi otto anni ti hanno messo un cazzo tra le mani e non hai saputo che fare. Capisci cosa intendo?-Bukowski affonda il colpo.
-non voglio essere solo.
-stai citando Donnie Darko.- sorride Rimbaud- il fatto che tu ti senta come lui in quella scena dalla terapista non significa che riportando le sue parole la gente che ti legge capisca che ti senti così.
Già-penso io ponendo fine alla conversazione e crollando all’indietro nello spazio nero indefinito- questa mia pretesa è assurda quanto uno scrittore morto alla fine dell’ottocento che parla di cinema…
(È vero che ti amo, non lasciare che il mio tono di voce spaventato e la continua erosione del linguaggio operata da ogni essere umano nel corso dei millenni indeboliscano questa cosa )
-CRISTO D’UN DIO-sbotta Bukowski- non si era detto che questa conversazione era finita?
mercoledì, 06 settembre 2006
Bukowski chiede:
- Che stai combinando?
Rispondo:
- mi sto immaginando di cadere da questo divano e sfracellarmi la testa. È molto consolante. Lo faccio sempre quando sono un po’ giù. Questo o cose del genere, capisci…una volta non sapevo proprio come uscire da uno stato di grave disgrazia emotiva ed allora ho iniziato a figurarmi questo enorme chiodo da carpentiere che mi entrava in testa. All’inizio non riuscivo ad accettare il fatto che stessi pensando una cosa del genere, poi mi è venuto piuttosto facile. Ho preso a concentrare l’attenzione sul chiodo. Mi si piantava a colpi netti e decisi proprio al centro della fronte, ed io mi perdevo nel simulare il frantumarsi di quella spessa parete d’osso. Era come se non mi riguardasse, come se quella fronte non fosse nemmeno la mia. Eppure, contemporaneamente, la mia fervida immaginazione mi ricollocava nel mio corpo proprio grazie a quel dolore. Il ferimento come attestazione di presenza in vita, una vecchia storia… Sai, c’era distacco ed ANCHE appartenenza, autoidentificazione. C’era molta salvezza nell’intero svolgersi di quella fantasia. Visualizzare una qualunque codificazione del proprio malessere è meglio che fronteggiare apertamente il caos, non trovi?
- Solo quando sei molto stanco ed è proprio il caso di arrenderti. Io adesso non mi ricordo bene come funziona perché sono morto e tu, seppure eviti di ridurmi costantemente a stereotipo (ad esempio non facendomi dire adesso che vado a prendermi un drink), tendi comunque ad avverare in me, costantemente, il fascino che hai ritrovato nell’affermare dell’Eggers dell’Opera struggente che il fratellino Toph sta uscendo dal suo personaggio. Il che è pur sempre un artificio dialettico molto comodo e menzognero. Cioè: anche questa che sto pronunciando è una sequela di formule consolatorie. Quello che ti mette qua davanti è il sangue ed il dolore, ma in questi ultimi tempi tendi a negarne l’esistenza. Sei un coglione (te lo dico con affetto), ma un coglione decisamente troppo consapevole per godere della tua stessa coglionaggine.
- Stai dicendo che il mio disagio nasce anche dall’evitare di affrontare le questioni vitali, conscio del fatto che non posso restare fermo? Che ho la pelle che mi brucia da dentro e non ho soluzioni valide senza che con questo riesca smettere di cercare soluzioni oltre al fatto che…
- …zitto, paparino, che è meglio. Statti bono. Io c’ho provato, varda che ci ho proprio messo comprensione in questa cosa.
Bukowski parla con la lingua delle traduzioni della sua prosa. O sant’iddio nipotente, sono fottuto…
-…vado a prendermi un drink.
Lo sapevo…
martedì, 05 settembre 2006
avvertenza: QUESTA RIPUBBLICAZIONE E' (PER USARE UN TERMINE DEL TUTTO IMPROPRIO MA FASTIDIOSAMENTE IN VOGA ) UN RIFLESSO CONDIZIONATO AL FATTO CHE IERI HO DATO L'INDIRIZZO DEL MIO BLOG AD ANTONIO MORESCO, E TUTTAVIA E' ANCHE UN ATTO CONSAPEVOLE E QUINDI MESCHINO. VA COMUNQUE CONSIDERATO CHE IL CONTENUTO DEL PEZZO RISALE AD UN PERIODO IN CUI AVEVO OTTIME RAGIONI PER RITENERE CHE MAI ANTONIO MORESCO LEGGESSE QUANTO RIPORTATO QUI SOTTO E TALE CONTUNTO RIMANE, QUINDI, DEL TUTTO ONESTO.
giovedì, 28 luglio 2005
ENUCLEAZIONI, INIZIAZIONI, OSTENSIONI ED ALTRE STORIE DI STRAORDINARIA FOLLIA
-collaterali frustuli e fughe statiche specchiati nella prosa di antonio moresco
nel nucleo delle cose
uno si insinua da solo
eppure è scosso nell'irreversibile movimento iniziale
e percorso da tremori
e sanguinante,
agitato dal bisogno di portare qualcuno con sè,
aggrappato alla menzogna
ma nell'intimo incrollabile
riguardo la perenne struttura embrionale
di tutte quante le dinamiche conoscitive
postato da: lucowski alle ore settembre 05, 2006 11:43 |
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domenica, 03 settembre 2006
- Come mai non hai peli sulla parte bassa dello stinco?-chiede Rimbaud indicando la mia gamba sinistra.
- È un esperimento. Mi sono fatto strappare i peli con la ceretta dalla mia ragazza per dimostrarle che non faceva male e doveva smetterla di usare il rasoio per le gambe.
- Ma la ceretta fa male!
- E tu che ne sai? Ehi, e poi, aspetta un attimo! Com’è che sei così giovane ed hai tutt’e due le gambe?
- Lo faccio per il pubblico.
- Non ti seguo.
- Beh- sogghigna l’autore de “La stella piange”- non tutti mi immaginano come un uomo amputato e mezzo fuori di testa. Per la maggior parte delle persone che mi vogliono bene io sono un ragazzo che non è mai cresciuto. Sono l’ispiratore di Jim Morrison e dei dannati in genere, ed in più sono anche una sorta di Peter Pan della letteratura moderna. Sarebbe egoistico da parte tua voler continuare a dialogare soltanto col me stesso zitto e febbricitante che se ne va a morire a Marsiglia, non trovi?
- In effetti…
- Vedi che capisci?
- Già. Quella storia della splendida meteora e del passante considerevole.
- Comunque per me la ceretta fa molto male.
Grazie al cielo Bukowski dorme e non ascolta questo dialogo.
Non so quale esercito ci vorrebbe per fronteggiarne l’ira contro questa storia della mia depilazione. Comunque è meglio evitare che si svegli. Così rimando ad un'altra volta l’indagine su cosa ne sappia Jean Arthur Nicolas Rimbaud di quanto fa male una striscia di ceretta.
sabato, 02 settembre 2006
- -fammi capire che cazzo hai combinato- chiede Bukowski accendendosi una sigaretta.
- -Ehi, vecchio-gli dico- ma il copione non prevedeva che fossi io ad accendermi una sigaretta e -dirigere le danze? Cioè, voglio dire, tu non saresti una specie di proiezione della mia coscienza? Per quanto ne so io eravamo d’accordo che, avendomi tu fatto compagnia per tutta la mia adolescenza schifa, da giovane Holden e tutto il resto, adesso la tua figura sta nella mia stanza insieme a quell’altro idiota senza gamba proprio in quanto tutto ciò è consolante.
- -A me va benissimo ricordarti che l’Africa continua ad essere una via percorribile per il tuo corpo, ragazzino. Non c’è consolazione, tra l’altro- dice Rimbaud. E si accascia. E se ne strafotte.
Bukowski mi dà due sberle talmente veloci e precise (alla faccia delle mani piccole) che quasi non faccio in tempo a ritrovare l’attenzione quando mi illustra molto semplicemente come non ci sia nessun cazzo di copione.
E riattacca:
-cioè, tu hai fatto sentire quella povera crista che ancora ha coraggio di sopportarti come se avesse un qualche torto?
-sì-gli dico, ancora frastornato dagli schiaffoni- però me ne sono pentito ancora mentre lo dicevo, anzi me ne sono pentito tanto che alla fine non ho espresso un solo concetto lineare, anche per via del fatto che la mia mente tende a sviluppare contemporaneamente tesi opposte mentre continua ad avvalersi, per ogni ipotesi, di un procedimento consolidato dall’uso basato essenzialmente sulla logica formale. E non è stato Foster Wallace a dire che i grandi logici muoiono suicidi, quindi, so che mi capisci…
Mi arriva un cazzotto in piena pancia, insieme alla consapevolezza di essermelo meritato.
postato da: lucowski alle ore settembre 02, 2006 19:41 |
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venerdì, 01 settembre 2006
Bukowski ha rinunciato all’idea di riuscire a isolarsi in camera mia. Rimbaud non ha detto una parola e non ha nemmeno sogghignato. Saltellando sulla gamba che gli rimane è riuscito a prendere quella cazzo di tenda che il vecchio voleva usare per costruirsi una stanza della musica e ne ha fatto un sacco dell’immondizia.
Adesso i due sono impegnati a vuotare bottiglie di liquore e discutere la mia situazione sentimentale.
Ne parlano per qualche minuto come se io non fossi nemmeno presente nella MIA camera, poi l’americano mi guarda e fa:
-quello che devi far capire alla tua ragazza è che lei è la possibilità di un’isola.
Faccio due tiri dalla mia sigaretta e ribatto, a voce bassissima e senza voltarmi, che sta uscendo dal suo personaggio, che quando hanno scritto quel libro lui era già morto.
Non ho cuore di verificare che mi senta
venerdì, 01 settembre 2006
C’è sempre un ottimo motivo per accendere un sigaretta, come per bere un goccio, masturbarsi, imparare a memoria una lista di candidati alla casa bianca o assassinare se stessi ed il prossimo. Questo pensai, accendendomi una sigaretta.
Bukowski stava cercando ancora di tirare su una specie di spazio isolato nella mia stanza. Erano due giorni che armeggiava con una tenda da campeggio che aveva trovato dio solo sa dove e alcuni bastoni ricavati dalle mie vecchie scope. Era letteralmente fissato, in quel periodo, a dimostrarmi di non essere un bravo ragazzo. Quando gli ricordavo la bimba che aveva pianto al suo funerale, mi mandava saggiamente a fare nel culo. Due giorni che armeggiava con la tenda e due giorni che gli dicevo che non c’era spazio e due giorni che mi diceva che non voleva avere la faccia da frocio di Rimbaud nel suo fottuto campo visivo mentre suonava il piano con la sua macchina da scrivere. E dire che avrebbe dovuto portarsi il mac. Gli ho ripetuto un paio di volte che era morto e mi spiaceva, non se ne sarebbe più fatto molto delle correzioni automatiche. Tutto ciò che ottenni fu che continuò a mandarmi saggiamente a fare nel culo e riscrisse, morto e tutto, Women.
Il francese si comportava anche peggio. Continuava a ripetere che a ventisei anni la dovevo smettere, lui se ne voleva andare in Africa e avrei fatto bene a seguirlo, starei zitto dieci anni e poi morire.
Io gli sorridevo che era senza una gamba, che se ne stesse buono.
Invece di ribattere minacciava fisicamente Bukowski.
La frase: “tu e quale esercito?” continuò ad echeggiare dalla bocca dell’autore di alcune fra le migliori poesie mai scritte in lingua inglese mentre io ero piuttosto disorientato, sapete…quei due forse stavano esagerando.
Ma ridevo, ogni notte: dopotutto ero il ragazzo in affitto e quei due erano amici, che ci potevo fare?