io, in questa stanza, ancora una volta. come quando avevo sedici anni. al limite dall'iniziare a scrivere tutto quanto quello che devo, rinunciandoci.
mysterious skin.
guardatelo, vi prego.
so che l'ho visto io in ritardo. tuttavia, se non l'avete visto ancora, guardatelo.
CAPONE
Quella puttana non si è fatta vedere. Sempre così. Uno ci spera. Ci mette l’anima. Ci mette l’uccello. Ci mette il cuore. Poi quella puttana non si fa vedere. Troia. Ho visto le ombre dietro la finestra del balcone, la luce era accesa. Doveva scendere alle dieci. Non dovevo suonare il campanello. Doveva scendere. Doveva essere da sola. Non era da sola. Mica glielo avevo chiesto io, di vederci.
Ho fatto sei o sette giri là sotto, tanto per farle sapere che soffrivo come un cane. Mica s’è mai affacciata. Alla fine sono dovuto andare via perché passavano due che conosco e mi hanno guardato storto ed a me mi vengono le crisi quando la gente mi guarda storto, soprattutto se è gente che conosco.
Così sono sceso sentendomi ignorante in fatto di donne e cretino, come mi sento più o meno sempre quando non ho una donna, ma soprattutto quando credo di potercela avere. Stronza.
La strada sotto il balcone della baldracca è una strada, che cazzo volete che sia, asfalto, qualche cane, qualcuno che ti guarda storto se poco poco hai un attimo di panico. Qualcuno per cui sarebbe interessante commentare il tuo suicidio, glielo leggi negli occhi, ma se non t’ammazzi non vogliono te ne vada in giro portandoti scritto in faccia che potresti farlo.
È un paese del cazzo, il mio. Piccolo e spocchioso e vomitevole. Solo il verde degli alberi è a posto. Neanche sempre, comunque, certe volte pare che pure quello ce l’abbia con te. Ve l’ho detto che sono paranoico?
Stasera non c’era nessuno in strada, passati quei due o tre che mi hanno guardato storto vedendomi girare gli occhi verso il balcone illuminato di quella troia di merda fottuta. Spero tanto non gli si sia addrizzato il cazzo al suo amante. Me ne frega niente che se lo chiava, poteva almeno affacciarsi per dirmi che se lo sarebbe chiavato. Non è vero che non me ne frega.
La strada di merda mi ha portato fino al muretto che dà sul dirupo nel quale ho sempre avuto voglia di fare un bel tuffo liberatorio. Non che stasera mi andasse di saltare. Solo volevo guardare un po’ giù per ricordare i vecchi tempi. Invece c’ho trovato il vedovo Capone. Nessuna parentela con quell’altro famoso. Capone se ne stava mogio mogio a guardare dove volevo guardare io.
-che fai?
-e che vuoi fare!
Lui ha l’aria di un personaggio di un film western…quell’aria che voleva avere Rimbaud quando sarebbe tornato dall’Africa….quando dice che poi i liquori gli avrebbero bruciato le budella e si sarebbe cotto al sole…sapete…solo che invece poi tornò con una gamba in cancrena e tanti saluti. Povero cristo.
Il vecchio Capone ha i cazzi suoi. Ma proprio tanti. Storielle molto poco divertenti, ve lo assicuro. Ma sono cazzi suoi e non ve li racconto. Non parlo alle spalle del vedovo Capone, mica è giusto. Credo di potervi raccontare quello che mi ha raccontato lui, però.
Il figlio di Capone fa l’infermiere da qualche parte. Ci vuole coraggio, mi dice, per fare l’infermiere. Sapete, braccia maciullate, mani che ti restano in mano, gente che schiatta, brutti scherzi dei copertoni, delle lamiere, di dio o chi per lui. Ma il vecchio Capone ci tiene a farmi sapere che non è un caso se il figlio ha coraggio. È una cosa di sangue. Gli viene direttamente da lui, che ha visto cose che voi stronzi ve le sognate la notte, sempre in giro a tastarvi il pisellino. Teste di cazzo.
Una volta stava su un cantiere stradale con un suo collega. In Svizzera, lavoravano. Caricano le assi dentro una specie di nastro elastico o corda o che cazzo ne so, imbracano ‘ste cazze di assi per issarle con la gru. Non gli ho chiesto che cosa ci dovevano fare con le assi. Non mi sembrava importante. Solo che ne caricano troppe ed allora qualcuno dice che potrebbero cadere sulla testa di qualcuno, per ridere, ma è una risata un po’ storta. Funziona mica l’ironia. Il compagno di stanza di Capone ha avuto sì e no il tempo di alzare la testa che ‘ste assi gli sono piombate addosso. Capone mi chiede se io abbia mai visto cadere una grossa quantità d’acqua da un’altezza considerevole. Poi allarga le braccia e fa il rumore con la bocca. Vi assicuro che non c’è proprio un cazzo da ridere, belli miei. Gli chiedo se conosceva bene il tipo. Dormiva nella mia stanza mi dice. Oh cazzo. Prima di iniziare ad impazzire, il vedovo ha raccolto le parti del suo amico. Ero uscito per cercare di mettere le mani su qualcosa di morbido e caldo, mi ritrovo ad immaginare i pezzi di un essere umano che si spargono per terra uno cercando di stare il più lontano possibile l’uno dall’altro. Mo’ c’ha sessant’anni Capone. Mi dice che in tutti questi anni appresso alle vacche a Modena, a costruire case in Germania ed in tutti gli altri posti dove è stato, ne ha visto di cose. Ha visto pure un altro morto. Pure questo lo conosceva. Stava aggiustando casa sua. Quello se ne stava su un balcone a contemplare lui che lavorava con un compressore. Lui ed il figlio. Capone gli dice che il muro potrebbe cadere. Non cade, dicono loro. Naturalemente il muro è caduto. La storia del tipo schiacciato dalle assi in Svizzera, con Capone che ne raccoglie i pezzi, potrebbe essere inventata, questa no. So che è successo veramente. Non sapevo che ci fosse pure lui. Capone conta i passi per farmi vedere quanto era largo il balcone, mi chiede se io abbia mai visto Superman, per farmi capire com’è un uomo volante. mi indica la mia maglia nera, il cadavere era di quel colore. Capone le sa raccontare le storie.
In realtà sia io che Capone sappiamo benissimo che mentre guardava giù nel posto in cui volevo guardare io, stava cercando proprio quello che stavo cercando io. Il motivo per cui quella sera se ne sarebbe andato a letto da solo. Allora facciamo in modo che si finisca a parlare di donne. È il caso, direi.
Tanto entrambi cercavamo una donna, stasera, e non l’abbiamo trovata.
Capone inizia a farmi l’elenco delle vedove. Le ha studiate una per una come. Come un etologo. In quel quartiere ce ne stanno tre, due di là ed una proprio lassotto. Ma si sa come sono i paesi. Queste signore, dice, si rinfrescano con chi vogliono e tanti cazzi di lui che deve dormire da solo. Donne, cercano sempre di farti sentire fuoritempo. Ci sarebbero le puttane. Ma costano. A Capone fanno male le braccia, oggi ha arato, e gli sta sul culo l’idea di spendere cinquanta euro per cinque secondi. A me l’idea di pagare una donna per scoparci mi riduce l’immagine del sé e poi sono tipo ginefilo, o qualche cazzata del genere che adesso non sto a spiegarvi, non l’ho detto manco a lui come funziono (tra l’altro non lo so, solo non vado a troie). Era molto più divertente starlo a sentire. Partendo dalla considerazione che da qualche mese abbiamo anche qui in paese la nostra piccola bocca di rosa, sento i suoi motori rullare pronti per la partenza di qualche storia di puttane. Gli anni in Germania, quelli in Svizzera, l’attuale mancanza di fica e calore umano, sono tutti fertilizzanti per il mio bel vedovo. Dice cose abbastanza mostruose sulle femmine in genere, ma le racconta così bene. Prende a narrare di una puttana e quasi me la fa apparire davanti. Evoca, le sa raccontare le storie.
Allora, punto uno: questa nostra puttana di paese prende cinquanta euro ed ha passato i cinquant’anni, ben conservata e tutto, ma sempre vecchia. Contando quanto uno deve arare per guadagnare cinquanta euro, il suo bel culo che è comunque cinquantenne ed i cinque secondi di cui sopra, io e Capone conveniamo che lui non ci deve andare da lei. Resta implicito che il nostro ha da colmare vuoti affettivi profondi, cercando una donna, mica schizzare dentro e dopo chissenefotte. Ma nel racconto lui dice solo il fatto del fottere in quanto fottere, del resto se ne fotte, lasciando le intese sentimentali sotto la soglia della comunicazione verbale. Ci si guarda e ci si capisce. Come in un film di Sergio Leone. Come Rimbaud di ritorno dall’Africa. Se non gli avessero segato la gamba.
Punto due: le puttane devono essere pulite. Come si fa a vedere se una puttana è pulita?
Dice Capone: -andai nella stanza. La feci mettere alla nuda. Bella donna. Bianca. Bella fessa. Ma non sai mai quando ti puoi prendere una malattia. Allora io mi portavo il coltello. Lungo. Ce l’ho ancora in un cassetto, ogni tanto me lo vado a prendere e me lo guardo. Bella lama. Se me lo porto in giro mi arrestano. (gli occhi gli luccicano molto di più quando parla del coltello che quando parla della donna).
-sei pulita?
-ma sei pulita sicuro? Tu non mi pigli per il culo, ho capito che sono bello, ti piaccio. Ma sei puuuuuuuuuuliiiiitaaaaaaaaaaaaaaaa! SEEEEEEEEEEEEIIIII PU-LI-TA? (pulita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi, mio peccato, anima mia...la lingua compie un percorso di tre passi eccetera eccetera...)
A questo punto gli metto il coltello sulla menna. Non faccio uscire il sangue. Erano brave ragazze, volevo solo sapere se erano pulite e gli dicevo che se non erano pulite tornavamo. Io ed il coltello. Questo è il sistema per vedere se la zoccola è pulita.
Capone pronuncia quest’ultima frase come se stesse enunciando un teorema infallibile. Del resto non s’è mai preso una malattia. Quindi ha ragione. Sembra sfidarmi ad affermare il contrario.
caratteri neri elettronici
corpi in vita
possenti di onnipontenza sessule
siamo la declinazione pornografica
di un ballo di fred e ginger
in bianco e nero
scivoliamo senza toccare il pavimento
con le suole delle scarpe
o
più spesso
a piedi nudi
si sa che i poliziotti ogni tanto si travestono.
(Giuliano Ferrara)
REITERATA
elaborazione del lutto
di solito il tuo amore se ne sbatte
passi un dito sul muro
chiedendoti qualcosa
senza risponderti
perdi tempo
una ragazza su un aereo
volo economico
viaggio di studio
sesso esplorazione
qualunque cosa
un'altra infila occhiali da sole
bella puledra
così s'è scoperta d'un tratto
sarà bravo questo tizio nuovo
chissà dove l'ha trovato
ma lasciamo perdere
quello che volevo dire?
non me lo ricordo
il tuo amore
piccola mia
se ne sbatte
lui pure
mentre pallottole viaggiano in pacchi postali
mentre rose tentano di scolorire ed anna resta, suo malgrado,
clitoridea e ripetitiva.
PARENTESI FAMILIARE
mia sorella cattolica: -ma perchè dio fa gli esseri limitati? (riferendosi a me)
io:-perchè così il nazismo è più divertente.
-posso baciarti?
-no, naturalmente.
-no. naturalmente. ma perchè non ti piaccio o perchè sei ingiusta e cattiva?
TANTO PER RICORDARCI CHI SIAMO (sempiterno omaggio alla Musa)
(..)Il problema è che non basta vivere secondo la norma. A vivere secondo la norma, infatti, ci riesci (talvolta per un pelo, per un pelo quasi invisibile, ma tutto sommato ci riesci). Le tue dichiarazioni dei redditi sono sempre in ordine. Le fatture le paghi alla scadenza. Non vai mai in giro senza carta d'identità (e la piccola bustina di plastica per la patente!...)
Tuttavia, non hai amici.
La norma è complessa, multiforme. Fuori dall'orario di lavoro c'è la spesa che devi pur fare, i bancomat da cui devi pur mungere i soldi (e davanti ai quali, fin troppo spesso, ti tocca fare la fila). Soprattutto ci sono i diversi saldi che devi far pervenire agli organismi che gestiscono i differenti aspetti della tua vita. Come se non bastasse, ti può capitare di ammalarti, cosa che implica spese e nuove formalità.
Comunque un po' di tempo libero ti resta sempre. Che fare? Come ímpiegarlo? Consacrarsi al servizio del prossimo? Già, solo che, in fondo, il prossimo non ti interessa affatto. Ascoltare musica? Un tempo, magari: ma nel corso degli anni ti sei reso conto che la musica ti soddisfa sempre meno.
Il bricolage, preso nel suo senso più lato, può offrire una via di scampo. Ma in verità non c'è nulla che riesca a impedire il sempre più ravvicinato ritorno di quei momenti in cui la tua solitudine assoluta, la percezione della vacuità universale, il presentimento che la tua esistenza stia approssimandosi a un disastro doloroso e definitivo, si combinano per sprofondarti in uno stato di vera e propria sofferenza.
E tuttavia continui a non aver voglia di morire.
Hai avuto una vita. Ci son stati momenti in cui avevi una vita. Certo, non te ne ricordi più benissimo; ma ad attestarlo restano varie fotografie. Questo succedeva, probabilmente, all'epoca della tua adolescenza, o poco più tardi. Quant'era grande, allora, la tua smania di vivere! L'esistenza ti sembrava ricca di possibilità inedite. Ti vedevi potenziale cantante di musica leggera, ti vedevi in viaggio per il Venezuela.
Ancor più sorprendente, hai avuto un'infanzía. Allora: osserva un bambino di sette anni che gioca coi soldatini sul tappeto del salotto. Ti chiedo di osservarlo attentamente. Dopo a divorzio dei genitori, quel bambino non ha più padre. Vede pochissimo la madre, che occupa una posizione importante in un'azienda di cosmetici. Eppure si balocca coi soldatini, e l'interesse che mostra per queste rappresentazioni del mondo e della guerra sembra molto intenso. Questo bambino, non c'è alcun dubbio, già soffre un po' di mancanza d'affetto; e tuttavia: quanto sembra interessargli il mondo!
Voi pure, vi siete interessati al mondo. Parlo di tanto tempo fa; però vi prego di provare a ricordare. Il dominio della norma non vi era più sufficiente; non potevate più viverci, nel dominio della norma; e così vi trovaste a dover entrare nel dominio della lotta. Vi chiedo di riandare a quel momento preciso. Risale a molto tempo fa, vero? Rammentate: l'acqua era fredda.
Ecco: siete lontani dalla riva, oh si! come siete lontani dalla riva! A lungo vi siete illusi dell'esistenza di un'altra riva; sbagliando, com'è ormai evidente. Tuttavia continuate a nuotare, e ogni movimento che fate vi avvicina al collasso. Tossite, i vostri polmoni bruciano. l'acqua vi sembra sempre più fredda, e soprattutto sempre più amara. Non siete più tanto giovani. E adesso state per morire. Non è niente. Ci sono qua io. Non vi lascerò cadere. Continuate a leggere.
Ricordatevi, ancora una volta, del vostro ingresso nel dominio della lotta.
(..)
la Musa del mattino sulle ginocchia di houellebecq
"Se ami una cosa" dice il Mezzano, "lasciala libera."
ma non stupirti se poi ti torna con l'herpes...
-Chuck Palahniuk, Cavie-