martedì, 28 febbraio 2006

ieri notte a tarda ora,

i Tommyknocker, i Tommyknocker,

hanno bussato e oggi ancora.

vorrei uscire ma non so se posso,

per la paura

che m'hanno messo addosso.

postato da: lucowski alle ore febbraio 28, 2006 18:59 | Permalink | commenti (2)
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lunedì, 27 febbraio 2006
ci sono uomini che vedono bulbi oculari
nelle loro tazzine di caffè
dopo che le hanno vuotate
e donne che camminano tranquillamente per strada
sognando ad occhi aperti di essere stuprate
mentre uomini costituiti di puntini luminosi
ammiccano e sorridono dietro il vetro dei quadranti
una massa inerte di allucinati e maniaci
percorre i vicoli del mondo in caccia di carne giovane
e noi sostiamo in intervalli di oblio ed innamoramento
mentre tutt'intorno non abbiamo che nazismo
e narcisismo e masturbazione reiterata
mi sento, a volte, come un topo che infila gli occhietti neri in una grata
mi sento come se guardassi gli altri esseri umani
da dietro il vetro spesso di un fanale d'automobile.
quello che ci facciamo l'un l'altro ogni secondo
è quasi sempre crudele ed insensato
la continua stimolazione nervosa dei nostri cervelli
e le scosse elettriche come frustate nelle reti neurali
che compongono l'ordito dei nostri sogni diurni
sono un abuso ed uno scempio intollerabile

un bimbo spinge un cerchio di metallo con un bastoncino di legno
da qualche parte
dentro un libro
un bacio ferma il tempo davanti alla sede di una banca
che pare un vespasiano
nella mia regione del ricordo
in un pensiero ultrarapido prima di dormire
il digiuno purifica chi al digiuno presta fede
e le arance marciscono incolte in milioni di spazi estesi e verdi
vedremo ancora corpi librati nello spazio nero
amore mio
ti garantisco che vedremo noi stessi
allacciati e vivi
lontanissimi da tutto.
postato da: lucowski alle ore febbraio 27, 2006 22:05 | Permalink | commenti
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lunedì, 27 febbraio 2006

belle parole

come belle signore,

si accartocciano e muoiono

-charles bukowski

postato da: lucowski alle ore febbraio 27, 2006 20:59 | Permalink | commenti
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lunedì, 27 febbraio 2006
VORTICI DI CENERE


fin dalle mie prime dita tese
ho amato teatri deserti
ed arene ancora calde
polveri sollevate e vortici di cenere
nelle radure ormai mute

ho sempre cavato fuori i sogni da cuscini tiepidi
in gara con il sole nuovo
che folle e ridente devasta ed acceca
sempre da strumenti abbandonati
ho estratto il suono
la memoria della vibrazione
il fantasma della sua frequenza
e l’eco di
un’azione conclusa

primo sedimento della santificazione
ancora in corso
postato da: lucowski alle ore febbraio 27, 2006 14:44 | Permalink | commenti
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lunedì, 27 febbraio 2006
qualcosa che manca
…è così che diresti
qualcosa inseguendo
da qualcosa braccato
postato da: lucowski alle ore febbraio 27, 2006 14:37 | Permalink | commenti
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lunedì, 27 febbraio 2006
continuo rimodellarsi e spegnersi e credersi vivi
postato da: lucowski alle ore febbraio 27, 2006 13:06 | Permalink | commenti
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domenica, 26 febbraio 2006
i soffitti della notte e bukowski e un uomo parallelo a fissare entrambi
come anche l'emofilia e l'amore del mio amore per le armi da taglio
che schifo i vampiri, quelli che esistono, almeno
gli altri sarebbero anche uno spasso
ma questi
che schifo
dici
porgendo il collo mentre tutto ti cola fuori dalla gamba dei pantaloni
inevitabilmente continui ad aver voglia
di una penetrazione a sorpresa da parte di uno sconosciuto
nel sottopassaggio della stazione
di una fucilata alla schiena e di un bicchiere di liquore
contro l'arco del palato, dentro le anime che ti si alternano dentro e
anime non ce ne sono mai state, in verità,
solo modi particolare di descrivere i corpi
paralleli come l'uomo nello spazio contro il soffitto
della notte
l'emofilia, come anche un paio di forbici che ti infili tra i capelli
con le labbra appena aperte
sola soletta
che non può toccarti nessuno
remprimenda nei cunicoli dell'incanto
azione inconsapevole dei tuoi genitali interni
cuore macinato di capretto ancora vivo
interstizio di luce tra le nuvole e sistema fognario umano
parallelo ai soffitti della notte
falliremo
ancora una volta
ma ora sorridi
puoi controllare il tuo istinto di morte
ed io posso cadere in volo dentro il tuo fianco squarciato
e lui non è nessuno
seppure gli è concesso di girare col tuo amore nelle mutande
ed io il tuo e tu il mio e la morte come anche l'emofilia parallela
ai soffitti della notte
ed altri due versi
potrebbe scriverli chiunque
postato da: lucowski alle ore febbraio 26, 2006 12:47 | Permalink | commenti (5)
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venerdì, 24 febbraio 2006
...MA PUR SEMPRE UN CROLLO.
postato da: lucowski alle ore febbraio 24, 2006 21:36 | Permalink | commenti
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venerdì, 24 febbraio 2006
tra quattro pareti e sotto un soffitto macchiato di muffa, ecco dove devo stare. con te che mi chiudi la bocca attorno al membro oltremodo timido, e mi sorridi e ti dico che ho paura. non te lo posso raccontare davvero. ho uno strappo nella pancia. una cosa sanguinante. voi mi capite. tu mi sorridi. devo afferrarti la testa! ma come diavolo ho fatto a non pensarci prima? sono proprio un demente, sono un pivello, non varrei niente in un telefilm americano. tuttavia tu ti prendi cura di me. stai molto attenta a riempirti la bocca con tanto amore. tutta la morte e le rivoluzioni fallite, tutti i gatti spappolati sotto il sole o le lettere d'amore dei ragazzini sepolte sotto i rovi, la ragazza che è svanita come una luce in dissolvenza...e tu ti riempi la bocca con tanto amore mentre io mi ricordo che devo afferrarti la testa.
ora contraete e muscoli i fasci muscolari che vi uniscono le spalle e muovetevi in un tempo indistinto, so che ce la potete fare benissimo, ancora vi accordo fiducia, quasi tutti voi siete del tutto marci eppure no, spaventati e minuscoli, ma invece no! contraete tutti quanti quei muscoli che riuscite a far corrispondere allo spazio che separa i vertici delle vostre braccia ed assumente una postura odiosa, da gobbi. abbiate terrore come delle cose pensate e ripensate. statevene intorcigliati attorno attorno alle peggiori umilizioni delle vostra vita. va tutto bene. nessuno ve ne sta chiedendo conto. solo stringete più che potete, evocate nella postura le vostre peggiori deformità solo per un secondo. potete farlo anche senza muovervi quasi per nulla. so che ora state sentendo di essere, tutti interi, una specie di orrenda gobba...
se ci siete, adesso, aprite le spalle e tornate liberi. è come un bacio, è facile.
seguitemi. prima o poi capirete da soli dove stiamo andando.
postato da: lucowski alle ore febbraio 24, 2006 21:21 | Permalink | commenti
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venerdì, 24 febbraio 2006
ora iniziamo ad andare nel tempo alla cazzo di cane. venite con me. schizziamo come razzi a qualche mese dopo i tempi della camera con le pareti bianche e le macchie di muffa sul soffitto (infuocata-e bruci me, carne soffice inzuppata attorno al mio cazzo stragonfio del sangue migliore-urla). questo è lo scintillio di uno scoppio di luce da macchina fotografica, è il momento bianco. venite con me. (scriverti sull'interno della pelle, dopo averti rivoltata per vedere ogni cosa-non smettiamo di correre tra gli orgasmi in un movimento ininterrotto da quando ho scoperto con sorpresa e stupore rosso come avevi già le labbra dischiuse tra le gambe, come le stavi aspettando, le mie dita...). saltiamo in avanti, dicevamo. a giorni dopo. tu sei via. nel mondo. io mi sollevo in piedi spinto dalla più tremante e dolce delle erezioni. senza deroga, giro la chiave della porta del bagno che mi si richiude alle spalle e muovo verso il lavandino. i muscoli delle gambe di nuovo oltremodo tesi. la ceramica ti fa scoprire come non sia per niente bianco, lo schizzo. chiudo gli occhi, sparisco, ti sento. ti cali attorno a me come se fossi completamente libera. cambiamo forma. tu attorno ed io dentro eseguiamo una metamorfosi incendiata mentre sento sotto le mie mani le ossa del tuo bacino e ti spingo verso il basso, scivolo in tua memoria. in precognizione e promessa. allucinazione. sei seduta su di me e ti tiro a scendere, ti invito, ti chiamo. rispondi. chiedi di essere percorsa verso l'alto e riempita e mutata nella migliore chiusura intorno al mio sangue che tende la pelle, gioisce, grida. ora niente è più dicibile. di denti che si serrano. di bocche che spalancano visioni indistinte, della perdita di nitidezza e degli universi occupanti spazio inimmaginato sotto le palpebre, che si abbassano e oscurano. per un attimo. ora hai aria ferma davanti alla bocca. ora la ingoi ed è tua. ora me la passi, ora i miei stimoli nervosi perdono il loro limite, fissato da sempre nell'involucro della pelle intorno alla mia carne inevitabile. ora la scossa elettrica che prende vita per muovermi e inondare di sangue il pene che scatta e pulsa e piega verso l'alto, non si ferma dove io finisco. uno scatto di carne. adesso il ghigno elettrico sta stringendo alleanze impreviste con i tuoi fasci muscolari, con le autostrade dei tuoi nervi, con le reti che presiedono alla dilatazione delle tue pupille e delle labbra vaginali. lo sporgere del clitoride, ancora qualche millimetro in fuori. ora è il mio intento a farti chiudere il labbro inferiore tra i denti. ed il ritorno avviene senza che il movimento di partenza dalla mia elettricità alle nostre carni mescolate e fuse abbia modo di interrompersi, sento adesso che a spingere in avanti i miei fianchi e sollevarti facendoti posare gocce di fica sotto il mio ombelico è uno stimolo nervoso generato da qualche parte dentro di te. tu mi hai mosso, è il momento di chiederti di venire. è il momento che tu mi dia retta, ora che sai che puoi dettare ordini di inchiostro rosso, inoculare nuclei esplosivi negli incroci dei miei tendini e gettare ad arco la punta di una frusta nei miei centri neurali e lungo le linee sovrapposte dentro la mia spina dorsale. ed ecco che salta fuori qualcosa che non è bianco e compie un percorso nell'aria, prendendola di sopresa. ecco che la luce candida, come vi avevo promesso, si accende e inonda ogni cosa. da una macchina fotografica, da punti non rintracciabili.
penso distintamente che io non morirò mai. reinfilo il pene dove dicono debba stare.
postato da: lucowski alle ore febbraio 24, 2006 19:55 | Permalink | commenti (1)
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giovedì, 23 febbraio 2006
gente con la mia formazione letteraria
non dice mai ti amo
e nemmeno ti voglio bene
tende alla paranoia
alla masturbazione
alla solitudine
ed alla banale accettazione dei meccanismi di potere
per i quali ogni vagina si apre
ogni cuore femminile si gonfia e sputa sangue nei corpi cavernosi
dove sta bella nascosta la radice del clitoride
quelli che funzionano
come funzioniamo io e il mio cazzo
o
pare
ancora meglio
(e vi assicuro che il mio cazzo funziona davvero molto bene)
gente con la mia formazione letteraria
e come te che nel nulla ci trovi nulla
ed impari a tue spese del deliquio oltre che delle fulminee variazioni pianto-riso
modulate in alternanza come scambi pugilistici
in cui sei sola
la tua ombra in gita premio
ed i tuoi capelli non più così rossi
gente
con la mia formazione letteraria
non dice ti amo
se non a patto di una perfetta contemporaneità
con il click di un telefono chiuso
la tua morte augurata con candore
via sms.
postato da: lucowski alle ore febbraio 23, 2006 19:04 | Permalink | commenti (4)
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lunedì, 20 febbraio 2006
Non farsi mai trovare col collo rigido quando il risveglio arriva contundente alla nuca.
Poi passa.
postato da: lucowski alle ore febbraio 20, 2006 20:50 | Permalink | commenti
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domenica, 19 febbraio 2006
presi a fissare l'incrociarsi delle caviglie
e la serenità allucinata dei grani di piombo
che continuamente riuscivo ad immaginare
ti cadessero dentro la fica aperta, squadernata
tu chi eri?
io non ne ho idea
ma come un idiota preso all'amo dal parossismo degli inchini
costretto in luoghi di pubblica ammistrazione
e caverne e locali doccia bramati come rifugi
conosco una cadenza di articolazioni
dinieghi
preghiere
ed inchieste paranoiche
in cui infilarti come in un nome
come in una rete da pesca
o anche un utero accogliente, perchè no?
eri l'occasione di luce che ci siamo lasciati alle spalle senza accennare l'oblio
eri la fine di un periodo di reclusione
e un carcere duro
eri questa parola
e quella che segue
come anche un corpo
eri un involtino di pelle
che richiudeva come un corsetto
incroci di vene attorcigliate
e terminazioni nervose e sputi e orgasmi
quando presi a fissare la stoffa che si illudeva di coprirti
ero già un nome, una rete da pesca, un inchino fuori tempo
e niente di quello che stai pensando
postato da: lucowski alle ore febbraio 19, 2006 11:49 | Permalink | commenti (1)
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sabato, 18 febbraio 2006

TEPORE




Sono sei giorni che non è mai notte. Non può essere. Non ho quasi dormito per tutto questo tempo. C’è sempre il sole. Non l’ho detto a nessuno, perché non ho nessuno a cui dirlo. Io non parlo con gli altri esseri umani. Non ho niente da dire a nessuno di quei fottuti. Mi fanno paura. Mi fanno schifo. Esistono in modo ostinato, ma questo non vuol dire che io non possa ignorarli. Gli unici esseri umani che riesco a sopportare sono quelli che vedo dentro lo schermo della televisione, quelli possono anche non essere veri e quando non voglio più averli intorno mi basta premere un tasto per toglierli di mezzo. Molto economico. Mogli, figli, amici, parenti, le persone fisiche che dovrebbero interagire con me nel nostro malato sistema di relazioni sociali sono molto più insistenti e pericolose nell’ostinazione che hanno a non sparire quando non le vuoi vedere. Il sole splende sempre come se fosse mezzogiorno. In fondo, chi cazzo se ne frega.
Io bado a non crepare, giusto?

Questa cazzo di luce perenne inizia a darmi sui nervi. Mi dà fastidio agli occhi e mi rincoglionisce il cervello. Per strada è pieno di esseri umani come galli, esseri umani come volpi idrofobe, esseri umani in tutte le fottute fogge in cui un essere umano può presentarsi nell’esistenza per scassarti i coglioni. Hanno cose da dire, insignificanti. Si guardano, si sorridono, si salutano, si ammazzano e si scopano l’un l’altro come se avesse un senso. Sono peggio che marci, ma non conosco la parola giusta per dire quello che sono.
Guardo di nascosto i loro movimenti, origlio le conversazioni per sentire se qualcuno dice qualcosa a proposito di questo giorno inarrestabile che mi è piombato addosso come uno scherzo divino. Niente. Tirano dritto tutto il giorno, tutti i giorni. Io sto qua. Sempre giorno. Sto qua. Mi racconto le favole, ma poi non m’addormento praticamente mai.
Tutto questo movimento per strada è selvaggio e sospetto. Non me la danno a bere. Non è andando a votare ogni tanto che questi smettono di essere gli animali che sono. Vogliono un grosso utero. Vogliono vagine in cui nascondersi. Vedo le loro donne e mi sembrano scantinati. Hanno il papa ed hanno il presidente, hanno i poliziotti pronti a farmi il culo, hanno i bancomat, il buco nell’ozono, hanno qualsiasi cazzo di istituzione possibile e pure il campionato di calcio, ma tutto quello che vogliono è una grossa mamma. Una bella mamma grassa che se li scopi e se li tenga dentro per tanto tempo che si scordino di essere in attesa di morire. Ogni giorno. Tutte le ore del giorno sono piene di qualcosa che dovrebbe esser vita ma quasi mai è vita. Crepare. Presto. Il mondo è la fottuta sala d’attesa dell’inferno. E nient’altro. Cercatevi Hitler o Ghandi o Guevara o chi vi pare, a me non mi prendete per il culo. Voglio che sia notte. Voglio dormire.



Mi chiamo Andrea Pacelli e sono misantropo. Mi stanno tutti quanti sul cazzo. Da sempre. Per inciso, non sono parente di quel tale papa e non sono nobile. Anche se i poveracci mi fanno schifo lo stesso. Come pure i ricchi del resto. Come tutti quanti. Mi stanno sul cazzo.
Sento dei rumori provenire dall’altra stanza, anche se io dovrei essere da solo qua dentro. Beh, dovrei. Aspetto di crepare. Ho abbastanza soldi per non dover fingere di fare qualcos’altro. Se qualcuno mi chiedesse che faccio nella vita, gli direi tranquillamente che aspetto di crepare. Ma tanto non me lo chiede nessuno. Sarà per via della faccia che metto su quando mi capita di avvicinarmi a chiunque. Sono contento che si veda come mi sento ad annusare il puzzo dell’umanità in ogni suo rappresentante. Mi stanno sul cazzo. Sono contento che si veda. Si deve vedere.
Mi sembrano unghie trascinate sul pavimento, ‘sti rumori. Dentro casa mia. Ci sono cose con le unghie, bella storia. Forse sto dando fuori di matto. Sempre giorno…forse è così solo per me…testa bacata…capirete…capita di uscire un tantino dalla grazia di dio. La linea di demarcazione tra sanità mentale e follia non è mica tanto facile da tracciare. Per quello che ne so io la notte potrebbe essere un’allucinazione collettiva del genere umano ed io sono rinsavito di colpo. Questo si spiegherebbe pure col fatto che non ho contatti con nessuno, perché mi stanno tutti sul cazzo. Mi sono emendato da una psicosi di massa. Chi mi dice che non sia così? E quelli che grattano, chi sono?
Cristo santo, qualche animale rabbioso sarà entrato in casa mentre dormivo…una di quelle rare volte che sono riuscito ad addormentarmi. Per me io me ne frego e per me mi stanno sul cazzo. Tutti quanti. Le bestie mi stanno sul cazzo, pure loro. Meno delle persone. Olocausto, dico io. Una specie dovrebbe menare le tolle quando la fa troppo a lungo fuori dal vaso della biosfera, dico io. Noi che cazzo ci facciamo ancora in giro? Siamo un virus, come diceva quel film. Ma tanto poi hanno fatto un seguito merdoso ed hanno chiuso una trilogia ridicola, giusto per non farti riflettere troppo sulle faccende serie. Questi sono fatti così. Dicono mezza verità. Infettano un attimo la mente del gregge e poi smettono subito. Parlano d’altro. Fanno vedere le tette in televisione. Le partite di coppa. Tre ore di effetti speciali senza sugo. Ti fregano sempre. Mi stanno sul cazzo. Menare le tolle, dico io. Nessuno si accorge che è ora di toglierci dai coglioni.
Per me, tutto quello che Hitler diceva degli ebrei era vero alla lettera. Solo che va esteso a tutta quanta l’umanità. Niente razza eletta, niente bimbi biondi e niente trionfo della volontà. Solo i forni, democratici, per tutti quanti. Quando l’ultimo essere umano avrà bruciato l’ultimo cadavere deve darsi fuoco pure lui. O, a quel punto, può anche stare lì a menarsi il pipo per l’eternità. Lui solo. Vedrà di crepare prima o poi. Lui pure.

Cazzo, i rumori aumentano e inizio a cacarmi un tantino sotto. Visto che la specie uomo non ne vuole sapere di estinguersi, non vedo perché dovrei crepare io. Magari ad opera di qualche cazzo di roditore modificato geneticamente che è entrato chissà come in casa mia. Io non rompo il cazzo a nessuno. Perché allora questi rumori devono romperlo a me? Non voglio avere paura di andare nell’altra stanza. Non voglio uscire di qui a chiamare qualcuno che venga a vedere che cazzo succede. Tanto poi non avrei comunque nessuno da chiamare. Io sto qua ed evito agli altri il fastidio che la vista degli esseri umani provoca a me. Non mi merito un po’ di pace, almeno per questo? Fosse solo per questo, non mi merito che sia di nuovo notte?

Una goccia di sangue sulla parete bianca della mia stanza. Madonne che piangono, roba così. Non mi interessa. Anche se quella specie di rubino liquido che viene fuori proprio sopra il mio letto è abbastanza impressionante. Sono pazzo io, sono pazzi gli altri, ambarabà cicì cocò…sembra spunti della carne, dietro la goccia di sangue. Brilla però. Nero al centro. La periferia della goccia di sangue scintilla trafitta da un raggio di sole. Germogliare. Dovrei mettere della musica classica per farla venir su bella sana, la mia goccia di sangue, la mia gemma di carne. Geminazione. Gemmazione. Gemmazione, geminazione. Che sarà sarà.
Sulla cazzo della parete una cazzo di goccia di sangue che cresce e cerca di farmi credere si tratti di carne una specie di parto ma a chi vuole darla a bere il mondo non mi prende per il culo un’altra volta. Adesso chiudo gli occhi, mi tiro la coperta fino al mento e mi metto a dormire. Dormire. Inizio invece a vedere cose. Una marmotta idrofoba. Una cane rabbioso. Un orecchio umano pulsante che spunta fuori dal muro bianco sopra il mio letto. Un orecchio insanguinato. Cosa vuoi che ti dica? Vedo cose che si arrampicano nell’altra stanza. Vedo il tatuaggio sulla schiena di quella ragazza che volevo avere a tutti i costi che si muove aritmicamente nel coito con il coglione che se la portava a letto. Corpi uniti separano il mio corpo isolato dalla vita, in senso strettamente biologico. Vedo un bambino con la gamba rotta, piegata in un angolo innaturale ed il bambino grida, il bambino ha scoperto il dolore assurdo, piange perché sa con certezza che non c’è nessun dio, non c’è babbo natale, non c’è niente. Quando gli passa se lo scorda. Tutte le notti papà cerca di soffocare mamma nel sonno. Sei ricchione, sei ricchione, sei ricchione. Sei un culo, fammi aprire il tuo culo, tutti gli amici del bambino lo circondano, fanno quadrato intorno alla sua sagoma con la gamba storta distesa a terra e si leccano le labbra e se lo vogliono inculare. Vedo un prete che sbava, vestiti bianchi e rossi da chierichetto che si riempiono di sangue purpureo. Ani sfondati aperti come fiori di carne, ho paura voglio dormire fatela finita, sto crepando di terrore. Vedo la ragazza che si morde il labbro inferiore ed il labbro inizia a sanguinare, la ragazza si morde il labbro inferiore, strappa un pezzetto, fa l’occhiolino e sputa per terra un pezzetto di carne è la sua carne io stesso mi infilo il dito indice dentro il bulbo oculare sinistro fino in fondo arrivo a toccare il cervello con l’altro occhio ancora spalancato vedo per terra un grosso ratto, troppo grosso per essere vero, un grosso ratto che scappa sotto l’armadio, con un orecchio umano in bocca. Pulsante. Insanguinato.
Apro gli occhi, mi metto a gridare.
Sul muro sopra il letto è spuntato un orecchio umano.
Pulsante.
Insanguinato.
Chiudo gli occhi e mi metto a gridare.
Sono le tre di notte e fuori il sole cade dritto sopra le figure verticali al punto che queste quasi non hanno ombra.


Vado nella stanza da bagno. Per forza. Nella stanza da letto ci sta un orecchio umano che sbuca dal muro proprio sopra a dove dormo io. Come cazzo faccio a dormire? Si tratta di riflettere. E poi le mie viscere si stanno sciogliendo. Respingo velocemente il pensiero che potrei mettermi a cacare orecchie umane. Mi siedo sulla tazza e penso a che diavolo posso fare. Eccheccazzo.
Cotone idrofilo ed acqua ossigenata, direi. Vediamo di rendere presentabile il mio nuovo orecchio. Una bella ripulita. Ogni cosa al suo posto ed un posto per ogni cosa, anche se non sono del tutto certo che il posto di quell’orecchio sia sopra il mio letto. Diamo una ripulita, comunque.
L’armadietto del bagno presenta un bel campionario di possibili salvezze per la mia testa, panacee per il mio cervellino bacato, ma io ho smesso con quella roba, più o meno al tempo in cui ho smesso con l’umanità. Non ho intenzione di fare visita a Valium e i suoi fratelli. Non è ora. Non è per me. Sposto tutti i flaconcini, le gocce, le pillole, i cerotti…trovo finalmente l’acqua ossigenata. Il cotone. Stacco un pezzetto di nuvola bianca dalla matassa. Ah, un pezzetto di nuvola. Che poetico. Bagno l’ovatta con uno spruzzo abbondante di acqua ossigenata e mi dirigo verso l’orecchio.

L’operazione di ripulitura si rivela un fiasco totale. Il sangue continua a grondare fuori dal muro man mano che lo pulisco. Mi viene in mente un vecchio cartone animato in cui una donnina improbabile provava a spazzare con la scopa un pavimento di terra battuta. Continuava a darci dentro e non faceva che alzare nuvole di polvere. Anch’io sono andato avanti per tanto tempo. Una specie di ipnosi idiota. Continuavo ad accarezzare l’orecchio che continuava a riempirsi di sangue. Ad un certo mi sono accorto di avere un’erezione. Allora ho dovuto smettere. Ho comunque scoperto che quello è un orecchio femminile. Un orecchio femminile con le mestruazioni. Bella roba. Sopra il mio letto. Sono pazzo io, sono pazzi loro, ambarabà cicì cocò…

Il pavimento suda sangue. Dovrei essere terrorizzato. Probabilmente dovrei esserlo, credo.

Cambio stanza. Tanto non mi serve a niente continuare a guardare quell’abominio sopra il mio letto. Non c’è nulla da fare. E poi inizio anche ad immaginare il volto cui questo orecchio dovrebbe essere attaccato in un mondo che non fosse privo di connessioni.
Stanza da bagno. Ovatta. Spruzzo abbondante di acqua ossigenata. Torno dal mio orecchio. Il lobo si intravede morbido sotto il velo del sangue. Togliamo questa porpora adesso, piccolo mio. Io ti devo parlare. Ho bisogno di un orecchio gentile che voglia ascoltarmi mentre mi lamento. Sarai gentile con me, orecchio? Prestami orecchio. Non fare orecchio da mercante. Suppliche, proverbi, lamentazioni, ho letto tante volte quei libri impolverati. Ho bisogno di psicanalisi alla maniera dei vecchi ebrei, il lobo si intravede morbido sotto il velo rosso del sangue nuovo che è giunto ad inondare questa cosa tenera che il destino ha posto sopra il letto che mi ospita, ormai quasi sempre sveglio. Notte dopo notte dopo notte. Dopo notte dopo notte dopo notte dopo. Il sole sempre alto nel mezzogiorno del delirio finale. Inizio ad accarezzare la pelle della ragazza che spunta fuori dal muro sopra il mio orecchio e sento quasi dentro di me il sollievo che si irradia dentro questo pezzetto di femmina umana che vado accettando poco per volta come parte della mia vita. Vuoi prendere come tuo compagno l’orecchio di questa ragazza? Lo voglio. Voglio immaginare lo zigomo ed il mento ed i capelli. So che sei qui con me. Ho voglia di parlarti piano. Ho voglia di piangere. Fuori è sempre giorno. Non ci faccio più caso. Il sangue inizia a venire via facilmente. La mia amica ha una pelle meravigliosa.

“…ed allora ho sollevato il mento della ragazza con la mano destra. La sinistra stava sotto la sua schiena. Era tutta rossa in faccia. Era bellissima, sai cosa voglio dire. La ragazza più bella che sia mai stata sdraiata sopra il mio braccio sinistro. Ero così pieno di gioia che sarei potuto esplodere. Ad un certo punto mi ha detto:
-e adesso?
Ho risposto:
-niente.
Invece so che avrei dovuto baciarla, a quel punto. E lo sapevo anche allora. Ma non l’ho baciata. Lei voleva che io la baciassi. Io non l’ho baciata…”
Suona il campanello. Posta. Sola la postina suona il mio campanello. Una volta sola. La più bella postina che uno possa immaginare. Le dico sempre buongiorno, il mio unico contatto con l’umanità. La postina.
Mi asciugo le lacrime. Do un bacio al lobo dell’orecchio. Che si arrossa ancora un po’ e pulsa due volte come a dirmi di non andare. Mi sembra di essere in uno di quei film in cui lui e lei sono a letto quando suona il campanello nell’attimo esatto in cui dovrebbero andare al sodo. Vado.
Scusami, orecchio, torno subito da te. Ho sempre voglia di vedere la postina. Mi porta gli assegni dei negozi affittati, con cui continuo a vivere senza lavorare.
Lei è diversa oggi. Non sembra quasi la stessa. Mi dice ciao. Mi chiede se suono il piano. Dice che ho orecchio. Dovrei suonare il piano. La chiacchierata con l’orecchio mi ha commosso, ma mi ha anche eccitato. Lei mi mette una mano sopra il pene che è ancora semirigido e dice che c’è un tempo per ogni cosa. Con un orecchio ancora non posso farci molto. Lei è qui per riempire il tempo dell’attesa. Inizia a massaggiarmi il fallo, che a questo punto è ormai duro come un pezzo di marmo. Ho la netta sensazione di essere finalmente qui. Sento di esserci. È una cosa che non mi capita praticamente mai. Sono qui e la mano della postina che mi provoca un fulmineo e potentissimo orgasmo senza nemmeno aprire la cerniera dei miei logori pantaloni ne è la prova provata. Non sono pazzo. Sono pazzi tutti gli altri.
Lei mi accompagna nella mia stanza da bagno, mi dice di farmi una doccia e rivestirmi. Perché adesso che non sono più carico come un fucile da caccia in novembre, è ora che mi consegni quello per cui è venuta da me.
-devi darmi il mio assegno?
-devo darti il tepore.


La postina mi accarezza la patta dolcemente, avvicina le sue labbra alle mie e realizza un contatto liquido con la mia bocca dolorante e muta. Nel contatto tra le superfici molli delle nostre lingue e nell'incontro tra le pareti delle oralità scopro variazioni di temperatura ed umidi oblii cui non avrei mai prestato fede. Il mio cazzo si tende artigliandomi lo stomaco come non credevo sarebbe stato possibile. Ho il corpo tutto imbambolato ed arrapato e la sento aprirsi e posarsi su di me, la sento come un graffio alla radice del pene, sento montarmi dentro una marea spaventosa e dolce. La postina stacca la bella bocca dalla mia bocca dolente e muta, mi pianta il nero degli occhi nel nero degli occhi e continua a lavorarmi l'uccello disperatamente teso dentro i pantaloni. L'aria e la luce e la materia che occupano lo spazio tra i nostri volti e gli occhi a bagno reciproco si caricano e collassano, sono fatti dello stesso indicibile tepore umido della parte interna della bocca che si è accostata alla mia bocca. Mi sento morire e respiro acqua calda, lei non mi stacca il nero degli occhi dal nero degli occhi e muove le dita ed il palmo della mano sul collo del pene sepolto nelle migliori carni umane, il mio cazzo esplode e due pallottole di luce mi sgretolano le articolazioni delle ginocchia fulminandomi nell'orgasmo, la vista annebbiata.
Confusamente mi accorgo che lei ha infine abbassato gli occhi e mi sorprendo a sperare che mi infili un ferro da calza al centro della fronte o mi strappi il cuore. Mi soprendo a sperare che la postina mi strangoli.
Il mio cazzo pulsa circondato di bava bianca in raffreddamento, appiccicoso, prigioniero.
-Adesso lavati le palle, piccolo mio, che ho una fica tra le gambe.
Alla fine l’ho cacciata via. Ho da fare.



Un ritorno ai vecchi tempi. I bei vecchi tempi. Tornarci nei debiti momenti. Con i debiti strumenti. Momenti. Xanax. Whisky. Hashish. Ogni cosa al suo posto ed un posto per ogni cosa. Il fumo me lo ha lasciato la postina. Whisky ne ho sempre da parte per fare pausa col cervello. Xanax, beh c’è stato il tempo in cui ha avuto un ruolo importante nella mia vita, come una compagna. Come una che ti scopi per cacciare via il dolore. Tanto per non recidere vene, aspirare gas, saltare balconi, cose di questo genere. Spesso uno si riscopa la donna che non dovrebbe scoparsi più, è uno dei grandi insegnamenti che la vita mi ha lasciato quando avevo ancora una vita. Xanax, una brava ragazza. Chiamami Xanax, sarò la tua rossa. Così adesso sarei un morto che cammina, se provassi a camminare.
Ma tanto io sto fermo.
E me ne sbatto.
Allora volendo è possibile anche dormire. A lungo. È possibile qualcosa di simile ad uno svenimento, a dire il vero. La mia testa incollata al bracciolo del divano e non posso sollevarla. Mi pare di soffiare fuori la consapevolezza del mondo in lunghi, faticosi sbuffi.

Il pavimento suda sangue un'altra volta. Tutto procede a meraviglia. L'incanto è composto ed esiste fuori da me, tuttavia io dell'incanto resto partecipe attimo dopo attimo dopo attimo. Il terreno su cui la mia casa è stata edificata respira con la pancia.
Mi addormenta soffio dopo soffio dopo soffio.

Voglio il mio orecchio. La nostra conoscenza è solo questione di ore, ma era troppo tempo che non parlavo con nessuno. Mi avvicino all’orecchio. Così pulito, adesso, così tiepido.
So quello che sta per succedere. L'inferno si farà di nuovo carne ed il disvelamento sessuale sarà tanto immediato e lacerante da bruciarmi i peli sulle braccia. Un orecchio, nessuno, muri che respirano ed io che crepo, mineralizzato.
"...ho sempre ritenuto l'amore di una donna qualcosa di troppo grande per me. Non riesco a pensare a nulla di quello che sono o posso essere e poi metterci dentro l'amore. Tutti pezzi di esseri umani disposti come fossero corpi, io continuo ad essere pazzo perché ci sono tutte queste teste che si rivolgono lo sguardo l'un l'altra e provano a ritenersi riflessi ed esistenti ad un tempo. Ascoltami..."
Sento che il muro inizia a crepitare intorno all'orecchio. Tutto guadagna una nuova consistenza fra questi muri. Resto chiuso dentro e nessuno mi può fare niente. Intorno all'orecchio la vernice si scrosta e l'intonaco cede piano, particole della mia casa cadono leggere verso il suolo, mi pacificano il cuore. Sta accadendo che la testa cui l'orecchio è attaccato si sta finalmente inclinando nella mia direzione e mi sento amato come nella mia vita non sono stato amato mai. Attendo la curva dell'occhio e la linea delle labbra, desidero gli zigomi e la morbida carne delle guance. Il mio bacio prende forma ora che il sole si nega al tramonto, fuori di qui ognuno può pensare quello che vuole, gli inculamenti e gli stupri che vengono perpetrati ovunque e il buio che viene immaginato da gente che non sa quello che vede non hanno più potere sul mio percorrere il giorno e la regione iridescente della luce piena. Per me giunge il tempo del tepore ed al tempo del tepore mi abbandono, ancora vivo, incredibilmente.

Per tutto il tempo in cui aspetto che il mio muro partorisca una testa di donna, sento di nuovo e continuamente grattare le pareti nelle altre stanze della casa. Questi rumori sembrano invitarmi ad un nuovo genere di resa. Salvezza.

E se avessi dato di matto? Le pareti non ti lasciano in pace. Finisci per dare di matto. Ma a me sembra vero! Le cose che stanno succedendo sono reali. Io non ho dato di matto. Vedo la guancia spuntare dall’intonaco aperto. Io mi sto innamorando. La pelle, così morbida, lotta per avere aria. Lotta perché è destinata a me soltanto. Amore, sboccia dal cemento. Non sono fuori testa. Amore. Non ci credereste. Bastardi fatti e finiti, questo siete. Voi non ci credereste se io ve lo venissi a raccontare. Stareste lì a dirmi di aspettare gli uomini col camice. Ma io sono sano di mente e sano di corpo. Chiedete alla postina. Che erezione! Il tepore. Non lo sapete che cazzo è il tepore. Grazie al cazzo che voi non ci credereste. Voi non sapete niente. E se avessi dato di matto?
Mi avvicino al muro ed inizio a scrostare la vernice, raggiungo un inizio di labbra. L’angolo rosso, l’inizio del mio nuovo sogno. L’amore. Sono sveglio. L’amore. Lo so che vuoi uscire, piccola mia. Vieni da me. Amami. Un essere umano da solo, sempre nelle stesse stanze con le pareti tutto il tempo a prenderlo per il culo, finisce per dare di matto. Ma io no. Io mi sto innamorando. Il mio orecchio, vado vicino al mio orecchio. Le mie parole, so che sei fatto per le mie parole. L’amore mio è fatto per me. Aspetto una sacrosanta bocca, voi non lo potete sapere com’è ed io vi odio anche per questo. Vivete, voi, inutili pezzi di carne viva. Per modo di dire. Sempre a fare quello che vi dicono di fare, eh? Glielo dico, all’orecchio della mia ragazza, come siete. Glielo dico come mi guardate strano. Lo so che vi bisbigliate le cose quando non vi posso sentire. Non me frega niente. Il tepore, altro che dare di matto. Il tepore voglio. Io. Bacio la guancia che sorge dove i vostri occhietti da topo non la possono vedere. Amore. Preti e rabbini e poliziotti, questo avete voi. Per me è un’altra cosa. L’amore si fa strada. Mi avete chiuso qua dentro con le vostre folli giornate. Perché siete pazzi, voi, quotidianamente fuori di testa come cavalli drogati. Vi piace, questo circo che siete riusciti a mettere su, non è vero? Mattatoio. Non io, io non ci vengo fuori. Io sto qua. L’amore si fa strada, mi viene a cercare. Non è giusto che uno se ne stia ostaggio delle pareti che lo prendono per il culo tutto il tempo, l’amore si fa strada. Si deve sempre un po’ d’amore ad una creatura in grado di mettere in fila due pensieri. Amore. Io lo so fare. Non mi serve il vostro ordine. Li so mettere in fila da solo due pensieri, io. Amore. Non mi serve dire buongiorno ai coglioni per strada. Tenetevi le banche e le pompe di benzina, il mio orecchio mi capisce quando gli dico che non ho bisogno di voi. La guancia mi scalda il cuore. Combatte per raggiungermi. Si fa strada.
Anche una fica piena di amore caldo verrà fuori da questi muri, io lo so com’è il tepore. La casa è la casa. Questa è casa mia. Non sto dando di matto. Io no, nossignore. Io proprio no. Sono una creatura fatta come si deve, ho la capacità di pensare e mi avete lasciato solo qua dentro. Tutto quello che avete messo su in questi secoli, umanità di merda, è una schifezza. E voi ve ne siete compiaciuti. Io lo so come finirete. Ma io no. Proprio no. Io. Lo so come finirete. Ve ne andrete al supermercato il sabato pomeriggio e non sarà poi molto più tremendo di adesso. Voi adesso non vi vedete. Non riuscite a capire quanto siete degenerati. Nemmeno, non degenerate mica. La stirpe vostra questo era in potenza e questo diventa. Mi fate così schifo. Ma io vi vedo, come state andando a finire. Io no. Si fa strada l’amore, l’amore la trova la sua strada fino a dentro le pareti di casa mia. Mi avete lasciato da solo, ma ho continuato a guardarvi per vedere dove cazzo andavate a finire ed adesso lo so dov’è che vi ficcherete. Spingerete i carrelli il sabato pomeriggio, dentro i vostri stronzi supermercati. I carrelli saranno pieni come adesso. Che vi dovete comprare tutto quello che si può, mica meno. Siete carne guasta. L’umanità puzza. Cadaveri. In piedi di sabato pomeriggio, finirete, tutti quanti. Io vi vedo da adesso. Pieni i carrelli. Pieni. L’amore si fa strada, la guancia tra un po’ trova spazio. Bacerò la bocca dell’amore mio. Voi dentro i supermercati con i carrelli pieni e le buste piene e le teste vuote, ingombranti le merci nelle macchine, vi caricherete e porterete a casa che cosa? Teste umane. Arti umani. Peni di neonato per fare i dolci. È così che finite, credetemi, non sono pazzo io, siete pazzi voi. Voi siete i pazzi. È vero. Vi comprerete fegato di negro per la carenza di qualche elemento nutrizionale nella vostra dieta. I cinesi, mangiateveli. O che i cinesi mangino voi. È quasi così adesso. Quasi vi mordete l’un l’altro, nemmeno ve ne accorgete del vostro stronzissimo cannibalismo incipiente. Voi non lo capite. La mia bocca tra un po’ viene fuori. Per la fica posso scavare nel muro. Me lo dice la bocca dove deve uscire. Finirò per avere abbracci e calore, il tepore sarà la mia norma, brutti aborti bipedi inconclusi, io il tepore e voi a comprare carne umana. Voi siete matti. Io sono sano. Le pareti non ti lasciano in pace, ma io ho resistito e l’amore s’è fatto strada. La bocca, la mia bocca. L’amore. Voi niente, voi bombardate gli asili per un pieno di benzina. Fate proprio pena. Nell’uomo niente di buono. Io sono diverso. Me la sono vista da solo io. Ho disinfettato con amore un fior d’orecchio. Ti ricordi che ti ho ripulito con affetto, amore mio? Vieni fuori. Avanti con le labbra, spingiti fino a me, vieni vicino, tepore.

Devo essere svenuto parlando all’orecchio. Gli occhi li apro a fatica e la testa è tutta fuori dal muro. Non lo so se sono sveglio davvero o fuori di testa o che cazzo ne so. La testa, la mia ragazza. È come deve essere. Sorride. Conoscevo il suo volto prima di vederlo. Mi scendono lacrime bollenti giù per le guance, tiro su col naso. Sono così felice che mi sento morire. L’amore ha trovato la sua strada. La ragazza rompe il muro. Le pareti non mi hanno ammazzato. Mi avete lasciato solo ed io sono ancora vivo, nonostante tutto. E sono sano di mente, più di tutti quegli stronzi là fuori. Più di tutti voi. Il tepore mi attende, voglio essere felice con tutto me stesso.
-parlami, amore mio. Non sai quanto t’ho aspettata. Parlami.
-credono che tu sia pazzo, amore mio.
-quelli danno fuori di matto. Tutti quanti. Io no, sono sano io. Io ti amo.
-ti amo anch’io. Sto al mondo per amare te. Libera le mie braccia, ti voglio stringere forte.

Non parliamo tanto. Tutto il tempo io e la mia ragazza lo passiamo ad affogare uno negli occhi dell’altro e dentro i suoi occhi posso nuotare tra correnti calde, inglobato dal tepore. Il lavoro di liberazione procede piano, stiamo già facendo l’amore, io e la mia ragazza. Tutta la vita ho atteso di potermi sentire così. Potete farvi a pezzi, vendervi l’un l’altro in tranci di carne puzzolente. A me non importa più.
Ho la mia ragazza.
Uscirà tra vernice scrostata e calcinacci, è venuta da me nell’amore e nel tepore.
Libero le sue braccia. Mi stringe forte.
Continuo a sentire rumori di cose che grattano, da qualche parte. Adesso non me ne frega più niente.
Il sole splende alto nel cielo, fuori di qui.
Mi chiamo Andrea Pacelli e sono un misantropo.

postato da: lucowski alle ore febbraio 18, 2006 23:40 | Permalink | commenti (2)
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mercoledì, 15 febbraio 2006

un sacco di farmaci alla codeina simili al novril.

postato da: lucowski alle ore febbraio 15, 2006 01:57 | Permalink | commenti (5)
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domenica, 12 febbraio 2006
ed i padri fanno tremare le carni
l'unica cosa che abbiamo
le carni che hai sentito imballate
in involucri di ostentata decenza
adesso per una sola parola
nè di rimprovero nè di diniego
che si staglia nello spazio
e ti artiglia e svena e scuote
le carni le carni le carni
per una sola parola
adesso segnalano
la fine di tutto
ed il disvelarsi placido e terrorizzato
di quello che bukowski chiamava
incomparabile fallimento
delle cose luminose
siamo capaci di gioia
omicidio e incesto
tutto ci è dato nella saldezza del caos
tutto si risolverà in esseri umani
come conigli, tutto si risolverà
in fari abbacinanti d'automobile
carne morta
placida
e
terrorizzata.
postato da: lucowski alle ore febbraio 12, 2006 13:46 | Permalink | commenti
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sabato, 11 febbraio 2006

incantati nello stupro

per un difetto di percezione

accostiamo le labbra

succhiamo la notte liquida

dal suo involucro plastificato

t'ho scippato il succo vitale

e, ti giuro,

è stato un spasso.

(cazzoni sgonfiati, ero molto più curioso di voi)

postato da: lucowski alle ore febbraio 11, 2006 23:11 | Permalink | commenti (2)
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sabato, 11 febbraio 2006
avanza la notte, lo stupro persiste.
postato da: lucowski alle ore febbraio 11, 2006 23:06 | Permalink | commenti
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sabato, 11 febbraio 2006
la notte avanza, prosegue lo stupro.
postato da: lucowski alle ore febbraio 11, 2006 22:59 | Permalink | commenti
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sabato, 11 febbraio 2006

DONNA IN CAPPOTTO BIANCO

la donna in cappotto bianco
entrò in casa riflettendo
sulla natura essenzialmente infantile
dei maschi della sua specie
sulla natura inevitabilmente violenta
dei maschi della sua specie

i piedi del sottoscritto
pestavano la linea bianca
al centro della strada
mentre vagavo riflettendo
sulla natura essenzialmente masochista
delle femmine della mia specie
sulla natura inevitabilmente vendicativa
delle femmine della mia specie

e nessuno capì
niente
sacrificammo
come sempre
la comprensione
alla sanità mentale

la donna in cappotto bianco
non concesse niente al caso
e fu amabile
apparentemente
senza calcolo
mentre definirei studiato il modo in cui tutto si spense dentro di me.
postato da: lucowski alle ore febbraio 11, 2006 21:45 | Permalink | commenti
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