FACCIAMO UN GIOCO. VOI COME LO CONTINUERESTE QUESTO RACCONTO?
Di mestiere io sorrido. Dico che tutto va bene, evito che la gente si preoccupi, mi faccio guardare in faccia e vi rassicuro. Durante tutto il tempo che passate a guardare me non c’è modo di pensare né al mutuo né a quell’ammasso pericoloso che cresce dentro l’utero di vostra moglie. Per alcuni di voi è un figlio, per altri un tumore. Il tumore ammazza lei, il figlio voi. Entrambi solo se ce la fanno. Adesso non ve ne dovete preoccupare.
Se sorrido va bene.
Ed io sorrido di mestiere.
Tra due minuti si va in onda. La vedete quella ragazza mora, che si sta sistemando il top perché il suo capezzolo non travalichi il comune senso del pudore durante la trasmissione delle diciannove?
Quella ragazza ha ingoiato il mio sperma. Più di una volta. Mi ha detto che aveva un buon sapore. Forse mentiva, probabilmente mentiva. Mentiva di sicuro, che cazzo, non poteva mica essere buono come diceva lei. Ma il punto non è quale sapore avesse il mio sperma. Il punto è che io ho il potere di obbligarla a dirmi che è buonissimo. Squisito. Quando le guardo in faccia, subito dopo che si sono bevute la mia sborra puzzolente, quelle devono darmi l’impressione che hanno appena mandato giù la cosa più deliziosa che poteva loro capitare in bocca. E se infilo loro un pezzetto di cacca giù per la gola, devono darmi quella stessa identica espressione.
La ragazza bionda, quella con il neo sul lobo dell’orecchio sinistro, l’ho tagliata con una lametta da barba arrugginita. Ha mugolato. È una cara ragazza.
Quella con le punte dei capelli arancione l’ha succhiato per un sacco di tempo al mio cane. Secondo voi come ha commentato il gusto dello sperma del mio Labrador? Esatto.
Potrei continuare l’elenco con tutte quante le ballerine. Ma preferisco che voi concentriate l’attenzione su un altro piccolo particolare. Siamo a venti secondi dalla messa in onda. Guardate le loro facce. Adesso succede un miracolo. Guardate che cazzo di espressione hanno. Non sembra anche a voi che abbiano un lampadina accesa su per il culo? Una lampadina che si smerda e s’arroventa?
Ammirate con me la trasformazione. Col loro fastidio, mentre le telecamere ve le portano a casa, sparisce da questi benemeriti volti anche ogni minima traccia di intelligenza del mondo. Guardate con me come queste ragazze si trasformano nelle stupide, rassicuranti troie che noi tutti vogliamo che siano. Adesso sanno solo sorridere. Sono molto sottovalutate, queste fanciulle.
Tra l’altro, la vedete quella coi capelli violetto? Stasera le infilo un ago nel clitoride.
Certe volte penso di essere la persona più felice del mondo. Altre volte lo so per certo. Se ci pensate, mi darete ragione. Che cosa conta, in questa nostra triste epoca di anonimati? Conta che vicino al tuo nome la gente ci metta una faccia. Conta che quando quel cazzo di nome che ti hanno affibbiato, o meglio ancora un nome nuovo che ti sei preso da solo, viene pronunciato, gli esseri umani che lo sentono sappiano di chi diavolo si sta parlando. Il tempo in cui siamo capitati è la perdita totale di ogni senso, per questo le persone che vincono su tutti i fronti sono quelle il cui nome ha un senso per tutti. Siamo noi, facce distinguibili tra le vostre. So cosa non vi fa dormire. So quale cazzo di pensiero torna puntuale nelle vostre teste prima di cominciare a sfornare incubi. Voi sentite di non contare un cazzo per nessuno. Voi siete tutti uguali senza aver scelto di esserlo. È vero. Fa male. A questa cosa non ci si abitua mai. Ma è proprio per questo che il fatto che voi conosciate il mio nome ed io non conosca il vostro assume un’importanza decisiva. La questione è che la norma è fatta di individui che non significano niente l’uno per l’altro, eppure questi individui hanno tratti specifici che vorrebbero con tutto il cuore fossero riconosciuti e valorizzati. Invece, ciccia. Voi vi sentite pezzi di carne senza nome né senso solo perché è esattamente questo che siete. Guardate la televisione, guardate me e nessuno vi guarda. Se voi attraversaste a piedi tutte le città del mondo, quanta gente vi fermerebbe perché è contenta di vedervi? Io direi, in percentuale rispetto a quella che incontrereste, un numero equivalente a zero. Se vi fate davvero i cazzi vostri, zero punto zero e poi zero. A me basterebbe mettere piede nel vostro schifoso quartiere di gente vorrei-ma-non-posso perché tutti quanti, anche quelli che non mi tengono in buona considerazione, si accorgessero di me. Fosse anche per guardarmi storto e disprezzarmi, pure voi mi riconoscereste. Fa male, vero?
Davanti allo schermo ultrapiatto su cui si susseguono immagini per lo più insensate, penso a Cristo che muore nel disprezzo dei presenti. Come Mussolini. Che la folla è una belva, che il sangue le piace più d’ogni cosa quando l’ha insaporito ben bene d’adorazione prolungata, queste nozioni sono risapute fino ad essere lapalissiane. Viviamo nella moltiplicazione degli idoli, siamo di fronte ad un menù fornitissimo. Io stesso sono una pietanza, sono mangime. Questa verità non abbassa per niente il livello di invidia che tutti quanti mi dovete, solo è per voi leggermente consolante. Vorreste essere il pasto di quelli come voi, è l’unico scopo riconosciuto nell’attuale sistema di valori sociali. Non potete farcela, quasi nessuno tra voi può nemmeno sperare in una possibilità. Così vi rimangono blandi gesti sostitutivi di accanimento sui nostri cadaveri. Restiamo, tuttavia, venerati come portatori di santità anche nell’abiezione. Nella distruzione più che in ogni altro momento.
Sento che sto per essere attaccato dalla depressione. Niente di veramente nuovo, ma è sconsolante sapere che nemmeno io posso evitare la sofferenza. Se un essere che raggiunge i vertici della società di cui fa parte soffre, vuol dire che questa cazzo di società di cui faccio parte ha delle base fasulle, è costruita con materia ontologicamente sbagliata. Gli elementi costitutivi dell’umanità sono errati, l’uomo è eseguito male. Voglio dire, cristo santo, io ho quello che la gente vuole avere, raggiungo i fottuti scopi per cui sembra sia stato cagato nel mondo e continuo a sentirmi una merda. Sono la persona più felice del mondo e continuo a sentirmi una merda. Mi chiedo perché mai non siamo ancora stati spazzati via dai funghi atomici, sarebbe stato così perfettamente in linea con la nostra parabola evolutiva, un punto d’arrivo geometricamente fondato, immediatamente successivo ai campi di concentramento. Personalmente, ci penso mentre sullo schermo la telecamera mi offre il primo piano delle natiche sode di una femmina della mia specie, ritengo che la mancata soluzione del problema antropologico mediante lo sterminio dipenda dall’assoluta casualità con cui la nostra progressione filogenetica avviene nel tempo. Ne so poco, io, di queste cose, ma pare adesso che Darwin non ci avesse visto così giusto come ci hanno fatto credere. Per quello che posso capirne, l’unica costante evolutiva dell’umanità che resta incondizionata è il dominio sempre maggiore dell’ambiente e della fisiologia tramite lo strumento tecnologico, questa è la nostra natura: scassarci la testa a vicenda con pietre appuntite, preservativi, missili sensibili al calore, microchip per reinventare le facoltà di senso, bomba all’idrogeno e così via. Il resto succede alla cazzo di cane.
Quindi adesso ho davanti agli occhi uno schermo televisivo uguale a quello che la maggior parte di voi vorrebbe avere, ma questo non mi rende accessibile una regione priva di sofferenze.
Ci volevano i funghi atomici, ci volevano.