IL NOSTRO ESECRANDO MATRIARCATO
Le tre donne stanno sedute vicinissime sul divano, che è posto orizzontalmente rispetto all’apparecchio televisivo, a circa due metri di distanza dallo schermo. La madre di Giuseppe, sua moglie e la madre di sua madre formano una specie di alleanza spirituale contro un personaggio femminile palesemente cattivo, perno dell’azione nella puntata del ventiquattro aprile millenovencentonovantaquattro di una soap opera francamente inguardabile, a meno che lo spettatore non ne sia talmente preso da considerare davvero i fatti narrati come eventi reali, disastrose catastrofi all’apparenza incontrastabili avvenute allo scopo di devastare la vita delle persone a cui si vuol bene.
La soap diventa imperdibile però se, e solo se, chi la guarda arriva a modificare il ritmo delle proprie pulsazioni a tempo con quello che ritiene scuota il petto delle eroine il cui cadenzato destino televisivo continua a posticipare la meritata felicità alla prossima puntata. A quel punto non si tratta più di un prodotto d’intrattenimento, ma di una rivincita sulle odiose ed irreparabili frustrazioni della propria interazione quotidiana con altri esseri umani. Si tratta, a quel punto, di miracoli e seconde occasioni. L’indice di interesse relativo all’intreccio di una telenovela può misurarsi, in questo caso, come direttamente proporzionale al numero delle ore di noia e blanda frustrazione che avvilisce quotidianamente la vita dello spettatore.
Le tre donne sedute vicinissime sul divano, posto orizzontalmente a circa due metri di distanza dallo schermo dell’apparecchio televisivo, consideravano gli accadimenti fittizi cui partecipavano ogni giorno dalle tredici e quarantacinque alle quattordici e venti questione di vita o di morte.
Le tre donne erano rapite, letteralmente fulminate dalle emozioni sequenziali che la soap opera sparava nei loro occhi. L’altalena di emozioni nella puntata di oggi (come in tutte le altre) è di una spaventosa precisione, la tensione viene fatta salire alle stelle e nessuno scarto giunge mai fuori tempo. Tutto è caricato al punto che appare ridicolo, se si smette per un attimo di vivere sulla propria pelle ognuna delle inusitate tragedie che scuotono la vita dei protagonisti delle telestronzate. Madre, moglie e donna non graduata non ci pensano neanche a fare pausa. Le emozioni di queste tre spettatrici in particolare sono simili all’elastico di una fionda che viene teso sempre alla massima estensione possibile e poi liberato per il più efficace dei tiri. Tutte le volte.
Amore. Odio. Buoni. Cattivi. Di una semplicità e di un’efficacia rivoltanti. Un tacito accordo regola la sospensione dell’incredulità ed i tempi tecnici di commozione di Antonia, Rachele e Giuliana. Il loro talento nella rigorosa esecuzione delle migliori esperienze di quasi-vita possibili supera di gran lunga quello degli sceneggiatori. Ogni giorno esse vivono. Un lavoro di squadra video-volti-video che va al di là di ogni congegno per la manipolazioni del pensiero che il marketing potrà porre in atto.
Il lavoro grosso lo fa il pubblico in questo genere d’arte. Solo uno spettatore professionista può dare un senso ad un universo umano di tale portata messo insieme con lo spago: questi matrimoni, questi figli variabili di incostanti genitori, questi improponibili amori travagliati, vengono resi reali dalla tensione nervosa di donne ed uomini che, quotidianamente, compiono un atto di fede cristallina e prestano i loro cuori ad una danza dinamica, puntuale, perfetta. Essi credono.
Le tre donne sedute vicinissime sul divano, posto orizzontalmente a circa due metri di distanza dall’apparecchio televisivo lanciano vibranti strali d’odio contro la femmina che, senza alcun apparente senso etico, svolge la sua vitale funzione di guastatrice imbastendo una tela di menzogne in cui spera rimangano incastrati i due giovani amanti. Il paradiso è possibile, ma non adesso, questo nero personaggio femminile lo sta spostando con un calcio fuori dalla portata delle bianche braccia della nostra magrissima eroina. Quello che le tre donne sedute sul divano vogliono è che lei continui a tirare l’elastico della fionda dei loro cuori, non tanto da spezzarlo, questo no, ma nemmeno deve lasciarlo andare prima che sia giunto alla sua massima estensione possibile, questa è l’unica condizione sufficiente per cui, quando tutta questa tensione sarà liberata, l’energia cinetica trasferita nel corpo metallico della biglia della loro emozione raggiunga il limite estremo della sua potenza nello schianto. Se si tendesse l’orecchio verso le anime immortali delle tre più importanti donne della vita di Giuseppe Abbruzzese si riuscirebbe quasi a sentire lo scricchiolio di un laccio elastico sul punto di spezzarsi, ma che, incredibilmente, viene allungato ancora di un millimetro da sapienti dita di tiratore scelto. Sono le tre donne a sobbarcarsi il grosso del lavoro, sono loro ad operare sulla distanza e sull’equilibrio in modo da costruirsi imperscrutabili e perfette occasioni di felicità. Pensare che la femmina infilante bastoni tra le oleate ed armoniose ruote del destino d’amore di due innocenti creature di dio sia una puttana è uno snodo decisivo di questa pratica. Siamo al punto in cui la pallina d’acciaio va a posarsi delicatamente sull’alloggiamento di cuoio, posto nel centro esatto dell’elastico della nostra gloriosa fionda spirituale. Esse credono e credono che questa femmina sia reale e stia facendo del male ad un angelo che avrebbe potuto essere una qualsiasi delle tre, ognuna crede nell’intimo di essere lei, potevo essere io, pensa ognuna delle tre donne, senza neanche doverlo confessare a se stessa, se solo avessi incontrato un principe come quello che questa troia cerca di allontanare dall’unione giusta e santa con me. Con lei…
Il volume dell’odio che le tre figure femminili sedute sul divano posto orizzontalmente dirigono verso lo schermo televisivo si fa di attimo in attimo più consistente fino a raggiungere una proporzione tale che risulta del tutto impossibile non esplicarlo in una qualche espressione verbale.
“strega”-dice la madre.
“è proprio una strega”-la nonna.
“…strega”-la moglie.
Ognuna in cuor suo, sanno tutt’e tre qual è la parola che ronza nelle loro teste con continuità, ma che nessuna riesce a pronunciare. Vorrebbero chiamarla “puttana”, quella troia.
Tensione, rilascio