martedì, 31 maggio 2005

AVVISO IMPORTANTE

 

 

Mi sono fratturato il gomito sinistro. Cerco segretaria che scriva quello che detto abbassando il tono della voce per risultare più sexy, mentre rifletto se sia il caso di riattivare la circolazione sanguina nel braccio bloccato dal gesso usando un suo seno come scacciapensieri. 

postato da: lucowski alle ore maggio 31, 2005 14:07 | Permalink | commenti (15)
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martedì, 31 maggio 2005

 

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domenica, 29 maggio 2005

CRETINATA RIMBALDIANA SALTELLANDO SU UN PIEDE SOLO

 

 

 

“cos’è il mio nulla di fronte allo stupore che vi attende?”

 

 

ho vissuto in attimi che non ti puoi nemmeno immaginare, amica mia, non sono una brava persona, ma non per questo sono meno pericoloso. ricordati, mentre ti passo un dito intorno all’orecchio destro, che sto cercando di restare vivo in attimi che non ti puoi nemmeno immaginare. queste serate lunghe fanno bene al cuore, dovremmo incontrare più lune di questo colore.

una volta, tanto tempo fa, ho visto la mia mano che entrava nello stomaco di un’altra mia amica, amica mia, e rovistava in cerca di un po’ di tepore, poi ha lasciato perdere, solo che non per questo io sono meno pericoloso.

l’effetto devastante della canzone che mi gira in testa mentre ti tocco piano l’ombelico, tu non vuoi proprio considerarlo. so che hai avuto un sacco di amanti molto più bravi di me, solo che non per questo io sono meno pericoloso di loro.

non mi sento un mostro, non mi sento un animale cazzo-ritto e non mi sento più nemmeno tanto romantico da essere sentimentale oltre il limite della visione della punta dei seni protesi verso la punta del mio naso, cosucce divertenti sbalordite. non sono del tutto innamorato, non mi aspetto che domani tu torni da me per svegliarmi con un bacio e confidarmi gli inganni che le rocce hanno tramato su me dormiente, ma non per questo sono meno pericoloso, non sono meno pericoloso solo perché lascio che le mie carni ti si sciolgano dentro come zollette di zucchero nell’attimo perentorio della contrazione muscolare…sono solo un tantino più vecchio dell’ultima volta che sono venuto a cercarti ed ho le ossa meno fragili ed una pancia placida e rotonda e se sento corrente elettrica che salta fuori dai tuoi stivaletti, beh, lascio che scivoli intorno all’involucro della mia pelle (sono sempre io) lascio che mi bruci i peli sulle braccia e faccia saltellare le mie rotule dentro le articolazioni delle ginocchia, blando e scemo e cuorcontento.

ti prendo un dito e piego la testa e sorrido, ma non per questo sono meno pericoloso.

adesso stai ferma, ci penso io.
postato da: lucowski alle ore maggio 29, 2005 10:30 | Permalink | commenti (12)
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giovedì, 26 maggio 2005

Due cose reali che si incontrano finiscono sempre per sanguinare l’una dentro l’altra, se appena hanno un po’ di sangue da versare.

 

 

postato da: lucowski alle ore maggio 26, 2005 22:33 | Permalink | commenti (7)
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sabato, 21 maggio 2005

STRALCI DALLO SFOGO DEL MIO AMICO DISSOCIATO

Mi chiedo perché cazzo debba sempre essere così dannatamente dura. Così difficile. Infilo il cappotto. È solo la fine dei durissimi preparativi. Uscire. Il che significa restare vivo fuori di qui. Il che significa muovere passi ed essere guardato ed eseguire interazioni imprevedibili con altri esseri umani. Il che può significare qualunque cosa. Omicidio. Sesso, dio ce ne guardi. Ferimento. Contatto fisico. Scambio di fluidi. Dolore. Immersione in inferni che non sono i miei. Scappare. Essere investito da un’auto. Sacrificato. Scarnificato. Tatuato. Cosparso di pece. Qualsiasi cosa. Infilo il cappotto. Non è il caso di ripensarci. Non adesso. Ci ho riflettuto. Avessi qualcosa da perdere. Avessi qualunque cosa da perdere. Non uscirei. Me ne starei a casa. Nascosto. Per i cazzi miei. Se avessi qualunque cazzo di cosa da perdere o mettere in gioco o se possedessi uno solo dei miei istanti me ne starei a casa nascosto, per i cazzi miei. Se tutto quello che posso pensare non appartenesse già alle creature che abitano le cantine. Se le vagine del cielo non avessero contratto i loro muscoletti aspirandomi l’anima. Se ci fosse qualcuno che mi sta cercando. Vorrei tanto nascondermi veramente da qualcuno e non stare nascosto perché non comprendo altri modi di essere vivo. Ma nessuno mi aiuta. Non una telefonata anonima. Non uno sguardo di traverso, un paio d’occhi fuori dalla mia finestra in una fredda e buia serata di novembre. Nemmeno uno squillo del telefono staccato.

 

Solo i fantasmi si degnano di terrorizzarmi.

 

E la paura non è mai abbastanza.

postato da: lucowski alle ore maggio 21, 2005 13:11 | Permalink | commenti (7)
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lunedì, 16 maggio 2005

se metto le dita sopra i tasti, non guardo negli occhi la gente, non mi muovo da questa stanza, non mi aspetto niente da nessuno, racconto storie a me stesso e resto vivo pulsando incognito e chiedendo consiglio alle pareti, riesco ad esistere nel mio ambito limitato e non rannicchiarmi negli angoli. mi ricordo che una volta stavo fumando una sigaretta leggera seduto sul pavimento e circondato di gente che avevo deluso...solo perchè avevo tentato la vita lungo le strade, sotto le gonne, dentro i parchi cittadini, nelle coscienze di persone che non avevano voglia di sentire le ragioni delle bestie ingabbiate nel cuore delle città...

così questa sera ne ho buttato giù un bel po' di quello forte.

e di nuovo ho preso in prestito il colore dagli occhi di un'altra persona.

immaginati incastrato con le ginocchia al petto a sussurrare a te stesso: "dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica dimentica..."

postato da: lucowski alle ore maggio 16, 2005 23:48 | Permalink | commenti (3)
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venerdì, 13 maggio 2005

RESOCONTO DELLA CONVERSAZIONE TRA UN MASCHIO ED UNA FEMMINA DI RAZZA UMANA CHE, PROBABILMENTE, POI NON HANNO COPULATO.

la ragazza ha le unghie delle mani estremamente curate ed egli non manca di farglielo notare. quindi per lei questa è l’occasione di inserire il suo racconto nel dialogo tardopomeridiano: quando era molto piccola, sui cinque anni, sua madre decise che era ora la smettesse di mangiarsi le unghie.

bisognava spaventare la bambina. l’occasione si presentò in un pomeriggio durante il quale la madre notò che la figlia era intenta guardare con ribrezzo un documentario televisivo sulla deposizione delle uova da parte delle mosche. la madre svelò alla bambina, con dovizia di particolari, come le mosche femmina sono solite deporre sotto le unghie mangiucchiate dei bambini le loro uova. allo schiudersi dei gusci, le larve possono abbondantemente cibarsi di pellicine e frammenti di cheratina, proliferando fino a rovinare per sempre i polpastrelli degli sventurati infanti, non prima di averli sottoposti ad indicibili sofferenze e lacerazioni orrende. adesso la ragazza ha le unghie perfette, limate, laccate, geometricamente allineate in archi perfetti scintillanti alla luce del sole. solo che è terrorizzata dalle mosche, arriva ad urlare se uno di questi comunissimi insetti le si posa addosso ed è percorsa da brividi di orrore ogni qual volta una zanzara o un’ape le passano accanto.

il ragazzo ascolta compito tutto il racconto della fanciulla dalle dita tanto curate, senza lasciar trasparire i reali interrogativi che gli girano per la mente. egli si sta angosciosamente chiedendo se ella sia una di quelle femmine che amano i cazzi grossi o se si senta rassicurata dai maschi normodotati come lui. si chiede se il dolore della penetrazione, associabile soprattutto ad un pene molto grande, le provochi supplementi di piacere laddove si sia convenuto che ella è mediamente sensibile alla stimolazione del clitoride e delle labbra vaginali. il ragazzo si domanda altresì se ella sarebbe lieta nel caso in cui all’apice del godimento sessuale il maschio con cui si sta accoppiando le infilasse un dito, o addirittura due, nell’orifizio anale. egli archivia come un dato secondario la storia delle mosche che depongono uova sotto le unghie martoriate di bambini fissati nel masticarle, essendo molto più interessato a come la ragazza incrocia le caviglie quando le sue gambe sono già accavallate, formando una specie di otto molto affascinante e vagamente erotico.

 

 

 

postato da: lucowski alle ore maggio 13, 2005 19:48 | Permalink | commenti (17)
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domenica, 08 maggio 2005

CAPONE

-parte seconda

In realtà sia io che Capone sappiamo benissimo che mentre guardava giù nel posto in cui volevo guardare io, stava cercando proprio quello che stavo cercando io. Il motivo per cui quella sera se ne sarebbe andato a letto da solo. Allora facciamo in modo che si finisca a parlare di donne. È il caso, direi.

Tanto entrambi cercavamo una donna, stasera, e non l’abbiamo trovata.

Capone inizia a farmi l’elenco delle vedove. Le ha studiate una per una come. Come un etologo. In quel quartiere ce ne stanno tre, due di là ed una proprio lassotto. Ma si sa come sono i paesi. Queste signore, dice, si rinfrescano con chi vogliono e tanti cazzi di lui che deve dormire da solo. Donne, cercano sempre di farti sentire fuoritempo. Ci sarebbero le puttane. Ma costano. A Capone fanno male le braccia, oggi ha arato, e gli sta sul culo l’idea di spendere cinquanta euro per cinque secondi. A me l’idea di pagare una donna per scoparci mi riduce l’immagine del sé e poi sono tipo ginefilo, o qualche cazzata del genere che adesso non sto a spiegarvi, non l’ho detto manco a lui come funziono (tra l’altro non lo so, solo non vado a troie). Era molto più divertente starlo a sentire. Partendo dalla considerazione che da qualche mese abbiamo anche qui in paese la nostra piccola bocca di rosa, sento i suoi motori rullare pronti per la partenza di qualche storia di puttane. Gli anni in Germania, quelli in Svizzera, l’attuale mancanza di fica e calore umano, sono tutti fertilizzanti per il mio bel vedovo. Dice cose abbastanza mostruose sulle femmine in genere, ma le racconta così bene. Prende a narrare di una puttana e quasi me la fa apparire davanti. Evoca, le sa raccontare le storie.

Allora, punto uno: questa nostra puttana di paese prende cinquanta euro ed ha passato i cinquant’anni, ben conservata e tutto, ma sempre vecchia. Contando quanto uno deve arare per guadagnare cinquanta euro, il suo bel culo che è comunque cinquantenne ed i cinque secondi di cui sopra, io e Capone conveniamo che lui non ci deve andare da lei. Resta implicito che il nostro ha da colmare vuoti affettivi profondi, cercando una donna, mica schizzare dentro e dopo chissenefotte. Ma nel racconto lui dice solo il fatto del fottere in quanto fottere, del resto se ne fotte, lasciando le intese sentimentali sotto la soglia della comunicazione verbale. Ci si guarda e ci si capisce. Come in un film di Sergio Leone. Come Rimbaud di ritorno dall’Africa. Se non gli avessero segato la gamba.

Punto due: le puttane devono essere pulite. Come si fa  a vedere se una puttana è pulita?

Dice Capone: -andai nella stanza. La feci mettere alla nuda. Bella donna. Bianca. Bella fessa. Ma non sai mai quando ti puoi prendere una malattia. Allora io mi portavo il coltello. Lungo. Ce l’ho ancora in un cassetto, ogni tanto me lo vado a prendere e me lo guardo. Bella lama. Se me lo porto in giro mi arrestano. (gli occhi gli luccicano molto di più quando parla del coltello che quando parla della donna).

-sei pulita?

-ma sei pulita sicuro? Tu non mi pigli per il culo, ho capito che sono bello, ti piaccio. Ma sei puuuuuuuuuuliiiiitaaaaaaaaaaaaaaaa! SEEEEEEEEEEEEIIIII PU-LI-TA? (pulita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi, mio peccato, anima mia...la lingua compie un percorso di tre passi eccetera eccetera...)

A questo punto gli metto il coltello sulla menna. Non faccio uscire il sangue. Erano brave ragazze, volevo solo sapere se erano pulite e gli dicevo che se non erano pulite tornavamo. Io ed il coltello. Questo è il sistema per vedere se la zoccola è pulita.

Capone pronuncia quest’ultima frase come se stesse enunciando un teorema infallibile. Del resto non s’è mai preso una malattia. Quindi ha ragione. Sembra sfidarmi ad affermare il contrario.

 

 

 

postato da: lucowski alle ore maggio 08, 2005 15:58 | Permalink | commenti (5)
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giovedì, 05 maggio 2005

il parco di modena

vicino alla stazione

ed il biglietto di ritorno

anno domini 2001


il sogno è l’unica dimensione in cui il mio bambino si sentiva reale
ed il sogno mi scendeva lungo le gambe bagnandomi
ero la vergine preferita del villaggio dei tunisini situato in piena città
ed anelavo stupidamente la condizione degli arabi con l’anello allargato
poiché come un cane può invidiare un gatto
invidiavo la loro lingua zeppa di suoni ritmati ed implorazioni dolciamare
il mio mondo si andava costruendo mentre appoggiavo le natiche al muretto
in un’inconscia difesa del mio patrimonio di maschietto dannatamente
eterosessuale
essi mi danzavano intorno
ed io mi danzavo dentro sorridendo stranamente alla vergine più ambita del
villaggio che chiudeva le gambe
e ritrosa sospirava per una
puttana ballava per un altro cane inquieto
nella legione degli sfondaculi mansueti che tremavano alla vista di una donna
che non rilasciava scontrini
e se la facevano
letteralmente addosso quando veniva fuori nanà
nanà dentro pietro
nanà tra le pulci
nanà sopra i treni e dove i treni si fermano
nanà la gatta dentro le lingue dei tunisini
                                                                      con
approccio antropologico ingenuo
                                                                     entravo a
sondare l’identità di quel gruppo                 gatto             tra i
                        gatti
                                    né maschi né femmine ne italiani né
francesi
                                                   in tutto e per tutto
bilingue
                                                                   
oh che analisi meravigliose potei ultimare prima della fuga
                                                                              
via dalla coca che avevano in tasca
                                                                             
dal pericolo di essere io stesso nanà
                                                                             
dalle loro pistole troppo cariche.










sono tornato nel mondo del colore amplificato
per una capatina presso i miei vecchi amici sballati
ed ho ritrovato tutto
ogni cosa era al suo posto
mentre io andavo fuoriluna
a giocare con i fantasmi più amichevoli

e la notte è passata sulla mia pelle e mi ha mi ha purificato
e sono ancora qui
con i contorni del buio che si sfaldano all’alba
mentre i boccioli di rosa grondano sangue

il giorno torna sempre a fare strage di sogni
ed i buoni ed i giusti ed i giusti ed i saggi di stanotte
tornano a rinchiudersi nel loro scatolone di plastica
come le tue lacrime che

eravamo piuttosto vivi stanotte, bambina,
ricordi con quale delle tue chiavi
hai spalancato le porte del giardino?
o sei solo un altro inutile buco da riempire?

e ti ho visto cavalcare onde di luce stanotte
ho ridisegnato l’universo sul soffitto
e poi l’ho scordato
perso dietro i tuoi occhiali da sole
nascondimi
come nascondi le tue occhiaie
dalla luce del giorno

succhiava che era un piacere
salvezza nera dal mio cartone
e poi me la risparava in gola
finché i versi non bastarono più
a tenere su l’inganno

e va bene comunque essere ritornati nella terra dei fratellini di nebbia
nel luogo dove nacque il serpente della favola
a dare un salutino
al bimbo paziente
che mi spinse a tirare giù il sipario
sulla squallida ballata
la parata funebre degli occhi immacolati

un palliativo efficace
al chiaro di luna
trovo che sia corretto
e santo
e
tutto

e così ora che il sole sorge ad infangare il ricordo
il memore mosaico si completa
e sono solo un poeta infelice
che pizzica il culo alla morte
dopo che se l’è portata a letto
fingendosi più ubriaco di quello che non fosse in realtà
fingendo larghi soooorrrriiisi compiacenti
e baci e abbracci e strette al petto

riattraverso il pantano
ritorno alla scialba e triste ed insensata ragione
per niente preparato a questa incombenza
come una donna di strada
che attende il cliente
poiché non siamo che puttane in gita premio
e facciamo marchette ognuno a suo modo
strofinando il culo per un po’ di paradiso in confezione regalo
quando la notte perfetta esaurisce il suo corso
e la sua onda che sembrava inattaccabile sparisce tra i rifiuti sulla
spiaggia.

un bacio per te,
alba del becchino
un bacio per la falce che recide
lo stelo del mio fiore
un bacio
ed uno scontrino

dov’è il luogo che cerchiamo
verso che cosa ho diretto il mio sguardo da scimmia ammaestrata
questa notte
         ?

non si possono rollare i sogni
puoi solo spingere l’incubo
un po’ più in là.


Strane creature riemergono danzando dall’abisso
Dietro i pensieri costruiamo le nostre cattedrali colorate

Prima o poi risaliremo la corrente
E spegneremo il giorno che fa strage di sogni

postato da: lucowski alle ore maggio 05, 2005 20:17 | Permalink | commenti (10)
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martedì, 03 maggio 2005

 

CAPONE
-parte prima

 

Quella puttana non si è fatta vedere. Sempre così. Uno ci spera. Ci mette l’anima. Ci mette l’uccello. Ci mette il cuore. Poi quella puttana non si fa vedere. Troia. Ho visto le ombre dietro la finestra del balcone, la luce era accesa. Doveva scendere alle dieci. Non dovevo suonare il campanello. Doveva scendere. Doveva essere da sola. Non era da sola. Mica glielo avevo chiesto io, di vederci.
Ho fatto sei o sette giri là sotto, tanto per farle sapere che soffrivo come un cane. Mica s’è mai affacciata. Alla fine sono dovuto andare via perché passavano due che conosco e mi hanno guardato storto ed a me mi vengono le crisi quando la gente mi guarda storto, soprattutto se è gente che conosco.
Così sono sceso sentendomi ignorante in fatto di donne e cretino, come mi sento più o meno sempre quando non ho una donna, ma soprattutto quando credo di potercela avere. Stronza.
La strada sotto il balcone della baldracca è una strada, che cazzo volete che sia, asfalto, qualche cane, qualcuno che ti guarda storto se poco poco hai un attimo di panico. Qualcuno per cui sarebbe interessante commentare il tuo suicidio, glielo leggi negli occhi, ma se non t’ammazzi non vogliono te ne vada in giro portandoti scritto in faccia che potresti farlo.
È un paese del cazzo, il mio. Piccolo e spocchioso e vomitevole. Solo il verde degli alberi è a posto. Neanche sempre, comunque, certe volte pare che pure quello ce l’abbia con te. Ve l’ho detto che sono paranoico?
Stasera non c’era nessuno in strada, passati quei due o tre che mi hanno guardato storto vedendomi girare gli occhi verso il balcone illuminato di quella troia di merda fottuta. Spero tanto non gli si sia addrizzato il cazzo al suo amante. Me ne frega niente che se lo chiava, poteva almeno affacciarsi per dirmi che se lo sarebbe chiavato. Non è vero che non me ne frega.
La strada di merda mi ha portato fino al muretto che dà sul dirupo nel quale ho sempre avuto voglia di fare un bel tuffo liberatorio. Non che stasera mi andasse di saltare. Solo volevo guardare un po’ giù per ricordare i vecchi tempi. Invece c’ho trovato il vedovo Capone. Nessuna parentela con quell’altro famoso. Capone se ne stava mogio mogio a guardare dove volevo guardare io.
-che fai?
-e che vuoi fare!
Lui ha l’aria di un personaggio di un film western…quell’aria che voleva avere Rimbaud quando sarebbe tornato dall’Africa….quando dice che poi i liquori gli avrebbero bruciato le budella e si sarebbe cotto al sole…sapete…solo che invece poi tornò con una gamba in cancrena e tanti saluti. Povero cristo.
Il vecchio Capone ha i cazzi suoi. Ma proprio tanti. Storielle molto poco divertenti, ve lo assicuro. Ma sono cazzi suoi e non ve li racconto. Non parlo alle spalle del vedovo Capone, mica è giusto. Credo di potervi raccontare quello che mi ha raccontato lui, però.

Il figlio di Capone fa l’infermiere da qualche parte. Ci vuole coraggio, mi dice, per fare l’infermiere. Sapete, braccia maciullate, mani che ti restano in mano, gente che schiatta, brutti scherzi dei copertoni, delle lamiere, di dio o chi per lui. Ma il vecchio Capone ci tiene a farmi sapere che non è un caso se il figlio ha coraggio. È una cosa di sangue. Gli viene direttamente da lui, che ha visto cose che voi stronzi ve le sognate la notte, sempre in giro a tastarvi il pisellino. Teste di cazzo.
Una volta stava su un cantiere stradale con un suo collega. In Svizzera, lavoravano. Caricano le assi dentro una specie di nastro elastico o corda o che cazzo ne so, imbracano ‘ste cazze di assi per issarle con la gru. Non gli ho chiesto che cosa ci dovevano fare con le assi. Non mi sembrava importante. Solo che ne caricano troppe ed allora qualcuno dice che potrebbero cadere sulla testa di qualcuno, per ridere, ma è una risata un po’ storta. Funziona mica l’ironia. Il compagno di stanza di Capone ha avuto sì e no il tempo di alzare la testa che ‘ste assi gli sono piombate addosso. Capone mi chiede se io abbia mai visto cadere una grossa quantità d’acqua da un’altezza considerevole. Poi allarga le braccia e fa il rumore con la bocca. Vi assicuro che non c’è proprio un cazzo da ridere, belli miei. Gli chiedo se conosceva bene il tipo. Dormiva nella mia stanza mi dice. Oh cazzo. Prima di iniziare ad impazzire, il vedovo ha raccolto le parti del suo amico. Ero uscito per cercare di mettere le mani su qualcosa di morbido e caldo, mi ritrovo ad immaginare i pezzi di un essere umano che si spargono per terra uno cercando di stare il più lontano possibile l’uno dall’altro.  Mo’ c’ha sessant’anni Capone. Mi dice che in tutti questi anni appresso alle vacche a Modena, a costruire case in Germania ed in tutti gli altri posti dove è stato, ne ha visto di cose. Ha visto pure un altro morto. Pure questo lo conosceva. Stava aggiustando casa sua. Quello se ne stava su un balcone a contemplare lui che lavorava con un compressore. Lui ed il figlio. Capone gli dice che il muro potrebbe cadere. Non cade, dicono loro. Naturalemente il muro è caduto. La storia del tipo schiacciato dalle assi in Svizzera, con Capone che ne raccoglie i pezzi, potrebbe essere inventata, questa no. So che è successo veramente. Non sapevo che ci fosse pure lui. Capone conta i passi per farmi vedere quanto era largo il balcone, mi chiede se io abbia mai visto Superman, per farmi capire com’è un uomo volante. mi indica la mia maglia nera, il cadavere era di quel colore. Capone le sa raccontare le storie.

postato da: lucowski alle ore maggio 03, 2005 21:56 | Permalink | commenti
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martedì, 03 maggio 2005

ELEZIONI AMMINISTRATIVE A TORREANTICA

 

 

 a franco monalda, riposi in pace.

è ancora vivo.

ma riposi in pace.

 

 

 

Il paesino di Torreantica conta poco più di 800 persone effettivamente domiciliate nel territorio comunale, eppure per le elezioni amministrative del 2004 se ne erano presentate più di novecento a votare e quasi tutti i residenti residenti fuori dal comune erano stati adeguatamente retribuiti per votare la lista numero due. In altre parole la fottutissima lista di destra.

È incredibile, ma nel duemila e quattro esistono ancora le liste di destra.

A dire il vero di liste ce n’era solo un’altra, numero uno, di sinistra, compagne e compagni, e se permettete andava votata quella, mica l’altra dei fasci di merda e degli opportunisti democristiani travestiti. Che poi, detto democristiano, opportunista e travestito, in senso politico, vengono un po’ da sé.

 

 

Quando Lucio Buddista si presentò al seggio per lo scrutinio, come rappresentante di lista, in altre parole come quello che doveva stare attento che la zoccolona bionda che fungeva da presidente di seggio non facesse brogli, oh cazzo, Lucio arrivò al seggio già con le palle girate perché gli stronzoni votanti qui, residenti in casa di cristo, erano venuti ad eleggere uno che poi si sarebbero cuccati loro che, poco saggiamente, erano rimasti a vivere in quel villaggio buco di culo…se lo voti poi te lo tieni, pensava il nostro.

E che cazzo, pensava il nostro.

Lucio era destinato a rappresentare la giustizia proletaria nella sezione numero due.

Quando nella sua sezione cominciò lo spoglio, l’unica altra sezione, la numero uno, era già avanti ed avanti erano pure i compagni sui capitalisti bugiardi e cattivi. Il leggero vantaggio iniziale aveva un po’ diradato le bestemmie nel flusso di coscienza di Lucio ed anche i suoi muscoli facciali, prima marmorei, andavano piano piano distendendosi…

Lista numero due.

Lista numero due.

Lista numero due.

Lista numero due.

La zoccola bionda era fottutamente di parte e se la godeva nel comunicare ai convenuti, praticamente tutto il paese, il recupero ed il sorpasso dei neri sui rossi. La troia se la ride.

Partita di dama di merda, la zoccola tenta di occultare un voto buono per la uno facendolo passare per nullo. Lucio la richiama, lei fa finta di niente e mette la scheda fra le bianche e quelle scarabocchiate dai simpaticoni di turno, a Lucio girano i cosiddetti tipo elica di elicottero militare e sbatte la merdosa norma del caso sotto il naso da troia della troia bionda presidente che chi cazzo ce l’ha messa qua questa testa di cazzo…

Lista numero uno, solo voto di lista.

Brava bambina, scommetto che nel corso degli anni ottanta del novecento una volta sei anche venuta senza l’ausilio del vibratore.

Siamo comunque nella merda. Dopo dieci minuti di spoglio, il vantaggio della sezione uno è bello che andato e i destri infami veleggiano verso altri cinque anni di banchetto sul cadavere del paese. Avvoltoi, topi, cani rabbiosi, coyote vigliacchi, passeri milleriani becchettanti merde fresche, pesci coprofagi, insetti demolitori di proteine della merda, cultori delle mutande sporche di Eva Braun, nel duemilaquattro Anno Domini che non ci sei mai stato, dovrebbe essere proibito per legge essere di destra.

Il nostro sente il culo che gli comincia a bruciare e vede già le troie minorenni che nemmeno hanno votato sorridere nel giugno del nostro sfacelo. Pronti a festeggiare e pasteggiare. Porci.

La zoccola ci riprova.

Nulla.

Nulla è il tempo che il cazzo del tuo genitore maschio ha passato nella fessa spergiura e prostituita a basso costo della cara mammina quella notte che il vino ha fatto il danno di mettere vicini l’uovo e lo spermatozoo che t’hanno concepita, baldracca a gratis che non sei altro.

Questo è di nuovo voto di lista.

Nulla.

Controlli la norma 12, è voto di lista.

Nulla.

Puttana, metti da parte la scheda, che poi vediamo se è nulla. Te lo ricordi il tuo ultimo orgasmo, quello con il dobermann, nel 1984?

No, nulla.

Lucio ferma tutto, guardi la norma, signora bionda, e consideri la sua vita come un incidente biologico, lo vede che se la croce segna uno ed il nome è scritto sotto la due è voto di lista per la uno, che le cavallette ti mangino le grandi labbra!

Labbra morse e strette e bocca culo di gallina, mascelle tese: lista numero uno, solo voto di lista.

Lucio continua ad attaccarsi ad ogni scheda, ma è il gattino più piccolo della cucciolata che ogni tanto becca una tirata di latte dalla gatta madre, perché la stronza continua ad avere cancerogene occasioni di riso nel leggere i voti per la lista di Salò.

 

 

Il progetto omicida maturò nella mente di un tranquillissimo studente di lettere moderne alle 16 e 50 del pomeriggio del 14 giugno duemilaquattro, quando ormai era chiaro per tutti che non solo la lista numero due avrebbe vinto le elezioni, dimostrando il vuoto di una qualsivoglia intelligenza divina, ma avrebbero anche vinto con un distacco sontuoso, quei fasci di merda, considerando il numero dei votanti.

Era un peccato contro la vita che la zoccolona bionda continuasse a respirare ancora per troppo tempo. Ad una scheda, una delle ultime, una di quelle che non contavano più niente perché tanto fuori si stava già festeggiando in previsione di parcelle di tecnici amici e parenti da spartire come le mosche spartiscono gli escrementi, cioè facendo a chi mangia più veloce, ad una scheda, una delle ultime, una di quelle che magari fosse uscito anche un voto per la numero uno sarebbe stato inutile e sembrato una presa per il culo, ad una scheda, una delle ultime, una di quelle che dì il cazzo che ti pare tanto i giochi sono finiti e la gente fuori già urla o si abbraccia e qualcuno che s’era illuso sta piangendo, ad una scheda, ad una delle ultime, era capitato di essere stata segnata con due croci invece che una, una croce per lista invece che la scelta di una sola per la lista dei buoni o quella dei cattivi destroidi pedofili…LISTA NUMERO DUE, SOLO VOTO DI LISTA.

Ed a questo punto sei morta.

Tu sei proprio morta nel senso che sei già cadavere inconsapevole, sei morta nel senso del verme nel buco che ospitava un bulbo oculare e sei morta nel senso del cane travolto da un’auto che fila centottantacazzodiclilometriorari.

 

 

Vincono i cattivi, i bimbi in Africa muoiono di fame, la Juve vince sempre il campionato di calcio…è stato Bukowski a dire che gli uomini peggiori hanno i posti migliori e gli uomini migliori hanno i posti peggiori. E per rimanere in tema, i fottuti ricchi smanacciano le loro favorite, quelle stesse ragazze che sputano sulla mia fottussima ombra. Puttane e puttanismo. Merda  e smerdamento, ancora Bukowski, e solo cinghiate per i cani ed i bambini.

Quello che succede da quando si chiudono le porte della sezione numero due non è chiaro nella memoria di Lucio mentre prende il largo su una Panda verde targata Torino. Ha solo una serie di immagini velocissime che gli si sovrappongono davanti agli occhi mentre ride ed accelera.

Per prima cosa ha seccato i due finanzieri. Aveva la sua pistola di calibro microscopico in tasca e come cazzo se la sia ritrovata tra le mani proprio quando il momento è stato benedetto per sparare, questo lo saprebbe il signore, se solo si degnasse di esistere.

Un colpo in testa per uno alle due guardie di finanza, da distanza ravvicinata, che a Lucio questo corpo in particolare è sempre stato sul cazzo. Poi gli altri da bravi fatti mettere seduti e zitti tutti qua non entra nessuno.

Non c’è un sequenza cronologica lineare. Un inno rivoluzionario, un calcio in bocca alla troia bionda. Quattro risate con gli scrutatori, ammazza l’altro rappresentante di lista e poi due pugni sulle costole della mignotta. Sei sputi negli occhi della bionda e l’obbligo a dire per dodici volte consecutive: lista numero uno, solo voto di lista.

Poi la facciamo alzare, il nostro ha un’idea, questa è una classe delle elementari quando il tuo lurido culo sfondato non viene qui a ratificare la stupidità della maggioranza degli elettori. Quella è una lavagna e tu sei una zoccola di bambina cattiva e presuntuosa, ora gratta con le unghie, gesso c’è né niente, qua, gratta con le unghie e scrivi che se una scheda viene contestata per qualsiasi ragionevole dubbio di uno dei rappresentati di lista, tu la fottuta scheda la metti da parte e poi, tutti insieme da bravi stronzi andiamo a vedere se si annulla o no, neanche per il cazzo che tu dici di no.

Nulla. Dimmi nulla, fa Lucio, con il pene moscio fuori dai pantaloni, dimmi nulla e se non mi viene duro io ti uccido a schiaffoni in faccia. E dico che lo faccio ed immaginati morire a schiaffoni in faccia. Nel frattempo uno glielo dà, uno schiaffone, che cominci a considerare l’ipotesi come circostanza aderente alla realtà in un futuro non troppo remoto. Ed un altro la zozza se lo prende perché il nostro c’ha preso un tantino gusto.

Adesso, amore, dimmi: “NULLA DI INCONTESTABILE NULLITA’”…

 

 

Avanti così per quanto tempo non lo sa ed alla fine nei ricordi del rappresentante della lista numero uno, timido ed educato studente di lettere, la molto esimia presidente della sezione numero due, dove da sempre si decide chi governerà questo buco di culo cui ormai hanno tirato via anche i peli,  nella memoria del nostro scintillante eroe la bagascia bionda giace a terra, proprio come corpo morto cade, la puttana, e morta pare proprio.

E poi Lucio riesce ad uscire, dopo aver buttato a terra la pistola, vicino al biondone, il biondone morto non solo a schiaffi, ma chi si ricorda se qualcuno le ha sparato?

Esce urlante, Lucio Buddista, urlante che la molto esimia signora presidente di seggio è impazzita e tiene tutti in ostaggio ed aiuto, qualcuno fermi la pazza, lui l’ha colta di sorpresa ed ha preso la porta, ma gli altri, chiamate la polizia, quella gli altri li secca proprio, i gialli delle fiamme gialle li ha seccati di già che sono storia, gloria ai corpi militari dello stato, oddìo!

Non è che Lucio si fermi mai mentre urla queste cose, prende ancora un paio di porte mentre il mondo in miniatura raccolto ancora nell’edificio scolastico prestato alla pornografia elettiva crolla su se stesso ed è bello che in strada e tanti saluti, buonanotte, lieto principe, lui salta in macchina e non mi vedete più che è più, ho un amico in Australia, amici miei.

Ed il paradiso è a due curve dai fari della mia Panda verde targata Torino.

1500 euro, usata, un’ammaccatura pressoché invisibile sul cofano.

Un vero affare.

 

 

 

 

postato da: lucowski alle ore maggio 03, 2005 12:13 | Permalink | commenti
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martedì, 03 maggio 2005

Mettetevi in testa che in Italia la verità non si può dire. O meglio, non tutte le verità si possono dire. L’illusione della libertà di satira, critica, o addirittura di parola (restringendo il dominio alla televisione) ci viene data da una serie di programmi-foglia di fico che, con cadenza più o meno fissa, sembrano innalzarsi al di sopra dell’universo uniformato dei vari tg1 e tg5, oltre che fuori da quell’altro dominio reazionario, tollerato in quanto caricaturale (doppia presa per il culo), denominato tg4. Parlo di quegli stessi programmi indicati da Luttazzi allo scopo di smarcarsi dall’equivoco che quella sia satira televisiva come lo era la sua: le iene, striscia la notizia, zelig e, per qualcuno, addirittura il sabato sera del bagaglino. Per dirla in modo esplicito, quei programmi non pestano mai una merda. Quella stessa merda che il nostro Daniele si fece servire su un piattino, varcando il paventato limite di una coprofagia simbolica quanto, volutamente, mal interpretata o non interpretata. Quante volte nel corso di una puntata di striscia la notizia vi è capitato di sentire il nome di Vittorio Mangano? Quante volte le iene hanno accennato al Conto Orologio? Chi di voi ricorda un comico del bagaglino entrare truccato come dell’utri in groppa ad un bel cavallo da consegnare in un albergo? (citare l’ultima intervista a Borsellino, quella vera, non quella con sposini andata in onda nella fiction).

Fare satira vuol dire esagerare i dati realtà, non occultarne una parte. E poi, tecnicamente, a che scopo un programma libero lascerebbe inutilizzate simili prelibatezze? L’unica spiegazione che mi viene in mente è che quei programmi in fondo non sono poi tanto liberi quanto sembrano (a chi vuole fortemente essere preso per il culo).

Voi che dite?
postato da: lucowski alle ore maggio 03, 2005 00:08 | Permalink | commenti (2)
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