mercoledì, 27 aprile 2005

DEGLI OCCHI DOLCI ED ALTRE AMENITA'

La ragazza è bionda ed il suo trucco è pesante. Naturalmente sono gli occhi. Sono sempre gli occhi. Non c’è più molto da scrivere sugli occhi, hanno già detto ogni possibile cosa sugli occhi e mi sento come se avessi un laccetto intorno alle palle se provo a descriverli. Tra l’altro capita anche che inizio a pensare ad occhi che sembrano dollari d’argento, alla mummia, a Pennywise, a troppe cose che escono dalle cantine…e poi barchette di carta e lacrimucce in giro per questo tempo trascorso. Lasciamo perdere. Sono gli occhi. Si vede che non corrisponde, né per cinismo, né per calcolo, alla puttana che dovrebbe sembrare (nei commenti delle comari, nei discorsi dei vecchi che oggi vedevo giocare a bocce, usciti pari pari da un libro di King, nelle frecciate delle sue coetanee, delle ragazze più grandi…), solo mi chiedo se questa puttana, esista davvero. Questo stereotipo di donna che usa il sesso senza nessun sentimento. Ma io sono tenero come il burro. Perdo il filo. Se avessi conosciuto personalmente Adolf Hitler, magari l’avrei trovato una brava persona. Avrei detto che aveva i suoi motivi (come lo dico di quella mia amica che va a letto con quello che appare un deficiente, catholic punk o come cazzo si dice…)e credo pure di avere ragione, a giustificare la mia amica, ma avrei ragione riguardo Adolf Hitler?).

Non lo so. Ti viene voglia di dire che sei nazista, che odi i bambini, che vuoi sterminare la razza umana, per via di tutto questo schifo che ti monta dentro come panna montata nera, acida, cattiva. Una roba verde vomito, mi sento dentro. Poi guardo gli occhi di questa ragazza bionda e penso a quel tipo che mi diceva dell’orgia. L’avesse pure fatta, ‘sta cazzo di orgia, fosse pure rispondente ai criteri di comportamento per cui qualcuno si permette di chiamarla puttana…che cazzo di senso avrebbe?

Aveva gli occhi dolci.

Io adesso l’ho detto.

Per il resto fate voi. Mi sento male. Ho acidità di stomaco. Ce l’ha il Santo, posso avercela pure io…ogni tanto. E poi voglio fregarmi il suo libro del teatro. Mi sento male. Sempre uno strascico di malessere. Non si può fare niente senza poi avere quel ritorno di esistenza che ti sale lungo la gola e ti fa a pezzi un po’ per volta. Mi macina (vedi Ossessione, di Bachman).

Mi sento a pezzi. Perché prima stavo bene. Era biondo finto. Ma chi cazzo se ne frega. Mi sembrava triste. Solita storia. Lei inizia ad accorgersi che babbo natale non esiste. È carina, quindi non avrà tutto il tempo che ho io per riflettere sul fatto che il cielo magari è di cartone e che le stelle le hanno appese con lo scotch per prenderla per il culo. Magari non leggerà sei volte It. Non piangerà ogni volta. E poi magari non starà anche peggio accorgendosi che è tutto vero, in qualche modo. Però babbo natale non esiste.

L’ho fatto. Sto parlando di me. Ogni cosa che fai è un autoritratto….quei due in macchina se la prendevano con Palhaniuck. Io dico che invece un meccanico ha tutto il diritto di gridare al mondo che…se n’è accorto di colpo, per me. Certo che è un genio. Ma non prende le cose con quella puzza sotto il naso tipica dei cazzi di intellettualoidi. Non dico i due in macchina. Loro avevano il diritto di dire che il romanzo non gli piaceva. Non lo so. Per me non era stile. Non erano forzature stilistiche. Non è che il vecchio tirava a campare, per me. Per me è più come quella cosa dell’ombra proiettata sul muro…state facendo quei balzi di senso più veloci della luce di cui i poeti sono maestri?

Non sono scemo. So che sto scrivendo a cazzo. Non è niente di valido. A volte magari mi viene fuori qualcosa che per me è il massimo della scossa elettrica su retina possibile, vista la velocità cui riesco ad andare. Non è spontaneismo. Se in quel caso non vi piace, siete voi che non capite. Se adesso invece vado tanto sbandando e non siete arrivati a leggere fino a questo punto, quella invece è colpa mia. Capita. Ma un blog magari serve pure a questo.

Il fatto è che nessuno capisce niente. È vero che aveva le tette di fuori. E allora? A chi danno fastidio un paio di tette?

Solo che poi mi è venuto in mente tutto il resto, cazzi vari…quel filo di tartaro che aveva tra i denti quella ragazza strana che vorrei fregarle i libri che ha già letto direttamente dalla testa (insomma vorrei leggerli io, poi rileggerli coi suoi occhi), come quei denti sono diventati progressivamente bianchi…che diavolo questo significhi…poi una serie di piccole avventure erotiche ed il dubbio che in realtà tutto questo sia solo sesso ed abbia ragione il rotto in culo di freud e mi illudo e mi prendo per il culo da solo finanche riguardo l’orgia, foster wallace, qualsiasi cosa. Tutto è sesso, ma vaffanculo a freud.

Ma chi cazzo se ne frega…guardi pure chi vuole, diceva joyce.
postato da: lucowski alle ore aprile 27, 2005 20:46 | Permalink | commenti (4)
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domenica, 24 aprile 2005

come le scimmie 

 

un essere umano di sesso maschile ha gli organi sessuali all'esterno del corpo e mi pare che tu non riesca a stare sola per lunghi periodi avresti potuto trovarti un essere umano con gli organi sessuali all'esterno del corpo un tantino meno deficiente di questo che ti infila l'uccello dentro quando siete da soli e ti tiene il braccio adesso che sorridete socialmente perfetti neanche ti volti a salutarmi e vai via tutto questo essere così vicini io e te adesso ha smesso di contare qualcosa perchè questo essere umano maschio ti riempie la pancia non credevo bastasse così poco o forse non è poco come credevo sul serio non sei capace di rimanere per un po' da sola io avevo creduto di sì un essere umano maschio ha gli organi sessuali fuori dal corpo e può prenderli fra le dita in una notte qualsiasi mentre piove e la neve scivola via dalle strade in rivoli di acqua sporca insoddisfatta un essere umano di sesso maschile può trovare il suo modo di fare pulizia stringendo nel palmo della mano questo sesso esterno come una bacchetta da rabdomante e stringere ed allentare e scivolarci intorno per un'ora intera o qualcosa di più con il sudore che viene fuori dalla pelle mondando e scacciando fantasmi indesiderati sentendo la vita venire fuori dalle gambe come raggi violetti svuotandosi di quello che ha mentre la pioggia trasforma il candore dei cumuli di neve in rivoli di insoddisfazione.

all'esterno del corpo.

postato da: lucowski alle ore aprile 24, 2005 17:26 | Permalink | commenti (3)
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martedì, 19 aprile 2005

sembrava che proprio tutti avessero letto "crash".

tranne me, naturalmente. (lei, in particolare, tremava. poi con il tempo ha smesso)

certe volte capita di avere sul serio bisogno di accendere una sigaretta

e non  sembrerebbe chissà che cosa

ma la questione della sopravvivenza

il restare sani di mente

almeno in superficie

non mettersi ad urlare in mezzo alla folla

in contesti sociali puliti

...

oddìo...

...

se ti tagli mi ricordi che io posso sanguinare

se le lacrime ti rigano le guance

mi ricordi che ho pianto

riempiendomi la gola di muco

è vietato girare tastandosi il pene

caracollando felini

intorno ai veicoli schiantati

nell'ennesimo incidente stradale

bagnando bagnando di seme

il cavallo dei pantaloni

vietato temere violare i volumi dei tuoi fianchi

vietato infilarsi l'unghia nell'occhio

...

sul serio ho bisogno di accendermi una sigaretta

postato da: lucowski alle ore aprile 19, 2005 18:02 | Permalink | commenti (3)
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lunedì, 18 aprile 2005

 

 

O QUALCOSA QUALCOSA O

 

 

 

 

Il pipistrello mi passa troppo vicino alla testa. Jim jim jim jim jim jim jim jim ho battezzato il pipistrello. Si chiama jim. Io mi chiamo jim. E sono un.

Il mio nome è jim. Il pipistrello si chiama jim. Il nido di jim. La grotta. Un topo volante. Un topo volante di nome jim, il mio nome è jim e sono un alcolista? Il mio nome è jim.

Jim.

Questa mattina ho incontrato la donna della mia vita. O anche, ieri sera ho mangiato latte e biscotti. Oppure. Ovvero. Il pipistrello mi è passato troppo vicino alla testa non si attaccano ai capelli.

Uno: stai dentro la stanza e la stanza è piena di mosche. Lente.

Uno: un pipistrello. Troppo vicino alla testa.

Uno: il nome.

Uno: la chiesa gremita di fedeli l’incenso ho paura a rovesciare la croce ma ho terrore a tenerla dritta.

Uno: che fai, ti scordi tutto e ricominci dall’inizio? Scrivi: uno: il pipistrello mi passa troppo vicino alla testa. Jim. Il mio nome è jim. E sono un alcolista? Sono un topo volante. Le sigarette nel bagno della scuola. Iniziare a fumare a diciannove anni è deleterio e smettere prima dei.

Uno: il nome.

Uno: le mosche lente. Umide. Aria zuccherata.

Uno: troppo vicino alla testa…

 

 

Cantilenare. Uno. Uno: le mosche non ronzano sempre, ho un nido di vespe parcheggiato nell’autunno del cinquantasei. Una vecchia automobile scassata, uno: scrivi: uno: ti scordi tutto? Di me non ti dimenticare di me ho iniziato a fumare a diciannove anni io!uno! qualcosa di umano, ma fammi il favore! Uno, uno, uno, uno, uno….nome e numero! Uno! Il pipistrello? Troppo vicino alla testa. Stamattina? Ho mangiato la donna della mia vita. Insipida. Umido uno. Si fa fatica a passare le dita in mezzo allo zucchero bagnato. Vaporizzato. Il passo stesso umido. Uno?

Uno: il pipistrello passa troppo vicino alla mia testa e quando spengo la sigaretta sotto il tacco della mia scarpa destra mi rendo conto di un sacco di cose contemporaneamente ma in fondo è uno. Chi? Il pipistrello, uno, non se n’esce. Un pipistrello mi passa troppo vicino. Il pipistrello passa troppo vicino alla mia testa, ma questo anni fa…

Ho una mosca sulla tempia, niente di particolare. Adesso spara. Uno: l’arciere ed il pipistrello. La

Fa

Re

Tra.

Uno!

Questa? Questa è la parola. Tutti in coro: questa è la parola. Oppure? La parola è nota a tutti gli uomini. Cantilenando. Ho sprecato la mia vita a fare riunioni? Oppure? Questa è la parola nota a tutti gli uomini. E grazie. Uno: non sempre senti che se una mosca attraversa il tuo campo visivo senza uscire dalla portata del tuo udito produce un ronzio. Però: la mosca mi passò troppo vicino alla testa trapanando il mio cranio con il suo assordante ronzio. Ripetete in coro: la mosca mi passò troppo vicino alla testa trapanando il mio cranio con il suo assordante ronzio.

La mosca mi passò troppo…

Il pipistrello e l’arciere. Uno:

uno:

uno:

uno:

uno:

il punto a ed il segmento verso il punto b dove sono quelli che stanno cercando se stessi? Mi chiedevi.

Ti chiedevi! Dove fossero quelli che stanno cercando se stessi. Uhm.

Hu-hu-hm. La mosca e un pipistrello. Una tempia e la mosca. La mosca e la tempia?

Una mosca.

Una tempia. La tempia attraversò il mio campo visivo trapanandomi il cranio con un ruggito ronzante. Bene così. Il problema di fondo è che sto perdendo ad ondate graduali di diramazione progressiva il controllo del mio personale tono di voce cerebrale. In fondo questo non è che un passo verso la perdita di fiato nella mia testa. Non avrò più un solo attimo canoro in testa se non fermo adesso l’emorragia. Mi perdo tutto il bello a fare così. Sì sì la fai facile tu a suonarti tutto il repertorio in quella testolina di cazzo che ti ritrovi, bella roba, brava. Complimenti. Metti i panni ad asciugare al sole. Travasare il vuoto nel vuoto? Ma chi? Dostoe? Chi? Ho una mosca sulla tempia. Una casa in campagna piena zeppa di gatti. Un gatto? In noi. Il gatto. Una casa di pietra. La casa di pietra. Un pipistrello passa troppo vicino alla testa. Jim. Bel lavoro. Penso con la tua voce, sei soddisfatto adesso? Potresti per piacere rendermi il mio intestino? Grazie. Bel lavoro. Non l’ho visto no. Ce l’aveva in bocca un cane, se ti interessa. Che cazzo c’è da ridere adesso? E va bene, tutto il repertorio. Ripetere con tono petulante: arciere. Una tempia attraversò un campo visivo Giulia era capace di muovere l’orecchio. La tempia attraversò il mio campo visivo trapanandomi la testa con un raggio laser azzurro. Il mio personale tono di voce cerebrale. Ma senti come suo suona male? No.

E grazie.

 

 

Tu non mi stai ascoltando, per questo non riesci a sentire come suona male! Ma ti rendi conto? Un pipistrello passa troppo vicino alla mia tempia, che devo dirti di più? C’è qualcosa da dire sempre, ma io non te lo voglio dire. Me lo tengo per me, eh. Adesso non vorresti ascoltarmi più. Perché? Perché sto zitto. Ho voglia di parlare solo quando parli tu. Non va bene. E no. E allora?

No, no, iniziamo tutto daccapo. Dall’inizio. Dimenticati di quando ti sei schiacciato un dito nel cancello e sei corso via urlando. Dimenticati del fatto che tutto quel sangue rosso così ti faceva un gran bell’effetto, avevi otto anni, eri un genio. Ho detto dall’inizio…

 

 

C’era una volta un gran bel cane nero. Un cane enorme, giusto? Oh sì. Il più bel cane del mondo. Avreste dovuto vederlo. E tu? Tu ancora non ti eri spaccato il dito nel cancello, vero? Il tuo dito era intero. Eri vestito ordinato. Solo che non ti andava giù che ti tagliassero i capelli. I tuoi guai sono iniziati nel giorno in cui hai capito che i tuoi capelli non sarebbero mai stati come quelli del ragazzo del cartone animato.  Povero piccolo.  Fa niente, su, è passata adesso. Non tirare su col naso che non sta bene.

Adesso spiegami come hai fatto ad avvicinarti a quel bestione. Un cane enorme, giusto? Oh sì. Il più bel cane del mondo, niente a che vedere con questo tuo pipistrello né con le mosche nella tua stanza, tanto per chiarire la differenza, bello mio.

Ah sì. La differenza. Importante. Dico, la differenza. Il cane nero. C’era una volta e così via? Giusto? Oh sì. Il più bel cane del mondo.

E quindi? Dimmi del cane. Come hai fatto ad avvicinarti a quel bestione? C’era la neve? È vero? Non te la sei inventata la neve?

Io mi ricordo che c’era la neve, il cane era bellissimo. Bellissimo? Era enorme! Io non capisco. Eri da solo quando lo hai incontrato e c’era la neve. Sì. Da solo. Con la neve. Lui stava sopra una collinetta ed io stavo sotto una collinetta.

E ti veniva da piangere per quel cane…piangevi, anni dopo?

Questo a suo tempo. Non prometto niente io. Pensa al tuo pipistrello, tu, teppista! Avevi il pipistrello, la mosca, l’arciere e la faretra, ma ti pare?

Le domande le faccio io. La neve. C’era la neve. Tu, il cane, la neve, la collinetta. Il cane sopra la collinetta. Tu sotto la collinetta. Come hai fatto ad avvicinarti al cane? Che ne sapevi che non ti avrebbe morso? Lo sapevi.

Era grosso? Era grosso. Dimmi del cane.

C’era una volta un gran bel cane nero. Un amore. E tu ti avvicinasti al cane sapendo che il cane non ti avrebbe morso. Adesso dimmi del cane che ti aspetta davanti alla scuola. È lo stesso cane? È lo stesso cane. Come sapevi che non ti avrebbe morso? Lo sapevi, era lo stesso cane.

Tu il cane la collinetta la scuola ed il cane davanti alla scuola e non ti avrebbe morso hai convito tutti quanti che non avrebbe morso nessuno tu e credevi di valere qualche cosa per questo perché era vero che il cane non mordeva un nessuno qualsiasi e tu te ne eri accorto genio come eri e tutto filava liscio se ho ben capito ma non sei in grado di riallacciare l’evento della collinetta il ricordo del contrasto tra il colore del cane e quello della neve allo stesso cane che ti aspetta davanti alla scuola. Non ci riesci proprio? Non ci riesco adesso. Quindi? Aveva una macchia bianca da qualche parte ma non ti ricordi se era o no su una delle sue zampe. Il cane aveva una macchia bianca? Aveva una macchia bianca. E poi?

Un altro cane. Un cane? Un pastore tedesco. E tu non ti sei avvicinato. Non mi sono avvicinato. Aveva? Ce l’aveva? Cosa? Quello che dici tu. Ma? Ma non sapevo se mi avrebbe morso. Del cane nero lo sapevi. Lo sapevo. Di questo non lo sapevi? Di questo non lo sapevo.

E volevi sentirti un genio? Forse si. Non mi sembra che ci si fosse messi d’accordo sulla possibilità di rispondere forse.

Forse no.

Volevi sentirti un genio. Forse mi sentivo un genio. Ma non ce l’avevi il coraggio di accarezzare il pastore tedesco. Sapevi che ti avrebbe morso. Non sapevo se mi avrebbe morso. Avevi il coraggio di accarezzare il cane nero perché sapevi che non ti avrebbe morso, però. Eh.

Un genio?

Un genio.

Poi il cane nero ha fatto una cosa buona? Molto buona. Era un buon cane? Un pipistrello ti è passato troppo vicino alla testa?

No?
E allora? Allora il pipistrello? Quindi? Quindi non era un buon cane. Era il cane migliore del mondo. Quello che ti passa vicino alla testa è un pipistrello nove volte su dieci, una volta su dieci, invece, il pipistrello ti passa troppo vicino alla testa. Ci siamo? Siamo qui. Come se la mosca non ronzasse passandoti davanti. Siamo qui. Sotto la collinetta che guardiamo il cane nero. Il cane nero che c’era una volta. Il cane nero saltò addosso al pastore tedesco che stava per mordere tua sorella piccola. Posso capirlo, ma allora, quand’è che ti sei sfasciato il dito chiudendolo dentro il cancello? Dopo, prima. Tua sorella è più piccola di te di otto anni, non è vero?

Il cane.

Dimmi di tua sorella.

No, il cane.

Dimmi del cane non me lo ricordo aveva una zampa bianca o qualcosa qualcosa o qualcuno aveva me vuoi capire che è questo il punto esserci aveva me uno straccio di vita reale mica tanto non è accarezzare un cane o provare tenerezza mutuata per il cane di un altro o ricordarselo è che non entra nel dato di realtà se ti portano via il cane quando ancora ci credi è così che fregano la gente e mettono ogni cosa al suo posto e danno un posto ad ogni cosa ma tu o sì o sì hai voglia a cercare il nido non te ne fai niente del tenere il tuo organo sessuale fermo in una donna per tutta la vita fermo sì non muovere un muscolo sparire non te ne fai niente ti stai prendendo in giro tu credi nel momento perché hai il momento intorno e sei dentro e non ti muovi e va bene ma non ce la fai non è così sì che lo è lo sarà di nuovo tu di là devi uscire che lo voglia o no non è non oh sì il cane più bello del mondo oh sì che lo è non crederci non ci credere non ci credere non ci credere nessuna rielaborazione di nessun cazzo di lutto è completa mai.

Lo dico per il tuo bene, giovanotto, un giorno UN pipistrello ti passerà troppo vicino alla testa.

Lo dico per il tuo bene, giovanotto, faccia a terra e lecca la suola della mia scarpa. Puoi anche non farlo, ma lo farai. Lecca la suola della mia scarpa. Non è la scena di arancia meccanica, puoi non farlo. Ma lo farai. E sai perché, faccia a terra, giovanotto, lo farai perché sai perché giovanotto, faccia a terra, lo farai perché, lo sai perché lo farai. Un giorno ricorderai che IL  pipistrello è passato troppo vicino alla testa. 
postato da: lucowski alle ore aprile 18, 2005 19:16 | Permalink | commenti (1)
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giovedì, 14 aprile 2005

THABITA

 

 

 

 

Stamattina mi sono fatto una sega nel tuo reggiseno viola, mi manchi da morire, Tabby. Mi sono masturbato come un ragazzino, ho avvolto l’uccello nella coppa di stoffa, ho sentito il pizzo sulla pelle del glande e quando sono venuto mi è sembrato che stessi esplodendo. Ma che cazzo di fine hai fatto, amore mio? Sono quarant’anni che mi vieni in mente ogni volta che ho un orgasmo. Tu mi hai insegnato tutto. Ho percorso chilometri su chilometri incrociando lo sguardo di tutte le donne alte vestite di nero che incontravo cercando te, gli occhi verdi, le punte rosse dei capelli, l’odore arancione. Ogni cosa. Sono venuto nella pancia di decine di ragazzine bollenti ed ho sempre pensato a te mentre eiaculavo. Quanti uomini ti sei portata a letto da quando sono innamorato di te, puttana maledetta?

Hai idea di quante erezioni portavano la tua firma, nelle mie mutande? Ti amo, troia del cazzo. Non sapevo niente prima di incontrarti. Tutto quello che credevo di conoscere era un rivolo giallo di piscia nella neve. Torna da me, baldracca. Ti amo. Ho sessant’anni, amore, puttana, e stamattina me lo sono menato come un pazzo, come se ne avessi sedici, hai pulsato dentro la stoffa con il sangue che mi riempiva il cazzo, ho visto l’origine dell’arcobaleno ed alla fine della fiera mi sono ritrovato con il fiatone e gli occhi fissi su un reggiseno viola stinto che sapeva di muschio bianco e di sborra e tu sono quarant’anni che voli in giro per il mondo ed avrai visto l’India di nuovo e la Scozia e Dublino e la terra è un giochino tondo su cui voli come una fottuta libellula l’amore l’amore perfetto gronda sangue dai lati mi hai detto ed i cuscini di ogni cuore infranto sono zuppi di lacrime ma io sono solo e sono vecchio e non reggo più quel cazzo di viola ornamento che mi tengo nascosto nella stanza dove vogliono venire  a svernare la passera solo le vecchie adesso conosce me il tuo reggiseno ed il mio odore e tu non sei qui non voli mai da queste parti mentre insegui non ho idea chi cosa quando dove guardavi mentre parlavo con te la prima volta che ti ho vista ma ti rendi conti di quante scintille ho fissato nei tuoi occhi sono in questo posto e mi ci hai portato tu sono qui come brina perenne e mi vedo invecchiare sono vecchio mi vedo srotolare rossi tappeti di benvenuto alla morte che aspetta e ghigna e sbava nella mia tazza piena di caffè per metà la vedo riflessa sui vetri dei congelatori al supermercato nei rotoli di carne morta esposti come girelli per bambini in macelleria nell’unto che trasuda dagli affettati e tinge la carta gialla che il salumiere avvolge intorno ai pacchetti che prepara per me io vedo questa fine invitabile e stupida e maledico te e te ed i cani che ti hanno violata nonostante tu glielo abbia concesso sei tu quella che mi ricordo ancora adesso come fai a non capire che non puoi darla a nessuno perché è mia sono io il coglione che ti ama e sto qui con nient'altro che un pezzo di stoffa viola che certe volte ha il tuo profumo solo nella mia testa bacata non sei tu io non tutti quei grandissimi deficienti subnormali che sono entrati dentro il tuo corpo non i ratti idioti con i loro sorrisi scintillati che sono usciti dal tuo letto con un pelo del tuo pube all'angolo della bocca  non loro io ho riversato carne su carne e sangue e pezzi di me stesso e succo spremuto fuori da cuscini infetti di dolore in ogni notte in cui non sei venuta ma come osi scopare con chiunque chi sono queste persone sono me sono me sono me sono me sono me non sono me questi stronzi non sono me io sono qui con il tuo reggiseno che sanguino ogni mattina il mio cazzo non è duro come quando ti ho incontrata non è duro così spesso non resta su così a lungo l'aria si è riempita di merda ed i bambini si sono rimbecilliti con televisioni nuove e videogiochi e stronzate cacate fuori da stronzi troppo grossi per farsi vedere in giro e tu hai volato dappertutto come volavi prima di me hai volato ed io ti amavo mentre passavi magari sopra la mia testa staccato il tuo ultimo biglietto Bombay la Cina Africa i tuoi dovunque mi sono piovuti addosso mentre fantasticavo di ritrovare le tue labbra così calde così calde torna qui non capisci non ti rendi conto erano volpi quegli uomini che ti baciavano sul collo e serpenti ti hanno stretta in abbracci pieni di sudore notturno nelle automobili nelle discoteche nelle palestre negli scantinati di questo mondo marcio le mie dita le mie dita ed il seno che non ritrovo il seno il cuore l'abbraccio delle stelle le notti in Inghilterra i racconti che mi hai tolto ma tu non sei mai tornata mai una volta a concedermi un bacio di dimenticanza un solo attimo di oblio agognato qualsiasi temperatura della tua pelle avrebbe incenerito il dolore che mi fa stridere le ossa e le sfrega una contro l'altra e tu non c'eri non c'eri una cazzo di volta e sei rimasta sempre qui come un odore immaginario nel tuo reggiseno viola io vorrei almeno sapere perché lo hai lasciato sotto ilo mio cuscino e niente lettere niente addii niente di niente solo il tuo pezzo di stoffa viola ricamata con il colore che minaccia di sparire l'odore che un giorno dopo l'altro é venuto a cercarti per tornare intorno ai capezzoli sul collo dentro di te lasciando qualcosa come un cadavere al mio posto un essere umano che cammina pianissimo da una stanza all'altra se un giorno smettessi di credere che tu tornerai a passare di qui per farmi sparire ancora dentro di te sarebbe giusto infilarmi un bel ferro da calza dentro il cervello attraverso questi occhi idioti in cui la tenebra avanza.

Dovrò lavare il tuo reggiseno.
postato da: lucowski alle ore aprile 14, 2005 18:11 | Permalink | commenti
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mercoledì, 13 aprile 2005

valutazione massima

e allora antonio, un vero asino, appoggiava i gomiti al marmo sotto la finestra e faceva sporgere il deretano verso l'interno dell'aula, dondolando un po' le chiappe. ernesto, il fior di ragazzo, gioiellino della casse seconda media, arrivava alle sue spalle con una leggera erezione e la premeva contro lo sfintere di antonio, che si fingeva indignato e protestava con voce stidula. e allora giuseppe, altro asino, appoggiava i gomiti al marmo sotto la finestra eccetera eccetera. ernesto aveva la media voti più alta di tutti e di lì ad un anno sarebbe stato l'unico a riportare la valutazione massima al termine degli esami di terza.

più spesso ernesto ed il ragazzo venuto dalla svizzera, sollevavano la maglietta di aurora, che si faceva rossa in faccia, per chiudere a coppa le mani sui suoi seni, abbastanza formati all'età di dodici anni. spesso uno dei due ragazzini le si metteva davanti, mentre l'altro la spingeva da dietro. a lei scappava sempre qualche mugulio molto più consapevole di quello che volesse far ritenere, inoltre era lei stessa più consapevole di quanto non fosse ernesto di quello che accadeva tra loro tre. prova ne sia che quella volta che i due si ritrovarono soli ed ernesto continuò per tutto il tempo a posare il suo pene eretto sui glutei di lei spingendole contro la sua vaga eccitazione attraverso la stoffa dei jeans, lei si fermò(stavano andando insieme a lezione di catechismo, percorrendo vicoli deserti) e lasciò che ernesto le scoprisse completamente i seni bianchi e sodi oltre ogni immaginazione(almeno per quello che poteva ritenere lui, che ne conservò il doppio ricordo di morbidezza e superficie soda e levigata per il resto della vita), sollevandole la maglietta, laddove la pratica codificata dall'abitudine volesse che lei lo lasciasse sbirciare per un attimo sotto la stoffa prima di riabbassare la maglietta fintamente indignata. la mossa successiva, segno di una determinazione inequivocabile da parte di lei, fu quella di afferrare con decisione una mano del gioiello della seconda media e premersela tra le gambe mentre imprimeva al proprio bacino un movimento simile a quello di un bambino su un cavalluccio a dondolo. enresto inizò a sentire come delle piccole esplosioni che propagavano ondate di calore dal centro del bassoventre verso l'esterno, con punte di atroce piacere localizzate sotto il glande ed alla base del pene, che sembrava artigliargli lo stomaco con coriacee radici aggrappatesi al suo giovanissimo corpo ed intenzionate a legarsi a qualcosa nascosto in profondità dentro di lui.

per due volte lei gli si inerpicò addosso come un koala al tronco, strusciando con sospetta abilità la propria intimità contro quella di lui (risultò poi che la ragazza aveva giocato ripetutamente a marito e moglie con il suo cuginetto minore, cosa per la quale egli risultava costantemente percorso da un'eccitazione sessuale simile ad una corrente elettrica a bassa tensione).
postato da: lucowski alle ore aprile 13, 2005 20:40 | Permalink | commenti
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domenica, 10 aprile 2005

mutandine gialle con un fiocco viola (amore)

prendo in braccio la ragazza e lei inizia a fare dei gridolini e ride la bellezza viene fuori secondo flussi propri non c'è bisogno della greca proporzione pubblicitaria dei volumi è roba da fessi dico io è così carina questa il mio amico dice che è per via della sua spiccata personalità che io non riesco a dimenticarla non la dimentico infatti io non ti posso proprio dimenticare sarà che non ne ho tanta voglia e penso spesso a te durante gli intervalli tra le cose che accadono come fossero animaletti che vengono fuori da un battiscospa sbrecciato in una stanza vecchia non riverniciata cadono a terra calcinacci e nevrosi si compongono in arabesci siamo tutti qua dentro come topi al buio continui a venirmi in mente perchè non mi dai una mano a venire fuori da questa cosa si tratta di sostituzioni mancate e di potenzialità inespresse o cose come l'avvento del ricordo simile ad un felino selvatico che si avventa scoprendo gli artigli sulla mia nuca non appena riprendo coscienza al mattino come una morte in miniatura si tratta di te o più precisamente di come ho premuto la mia annoiata erezione su un'altra donna sentendomi stupido e sentondola come un quarto di manzo come alla fine la rinuncia avviene senza rimpianto non sei mai tu ti prendo in braccio e cacci un gridolino carina bellezza flusso amore ed il sole che ti colpisce una guancia con un'angolazione di quarantotto gradi.

postato da: lucowski alle ore aprile 10, 2005 20:29 | Permalink | commenti (2)
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sabato, 09 aprile 2005

INSEGUIRE IL VENTO

I

Niente di nuovo sotto il sole, dice il Qoelet, tutto è vanità ed un inseguire il vento. È molto meno convincente quando mischia una sorta di epicureismo/edonismo con l’immotivata aderenza ai progetti di dio. Un gran libro, comunque. C’è un tempo per piantare ed uno per sradicare le piante…un tempo per abbracciare ed uno per l’astenersi dagli abbracci.

L’individuo passò tutta la notte a guardare la televisione, passando da un film pornosoft ad una serie sui vampiri ad una storia del teatro inserita nel programma notturno della seconda emittente pubblica. Pensò, con un blando astio, che la storia del teatro era stata inserita nel palinsesto notturno della rete pubblica in contemporanea con la serie sui vampiri per sfavorire negli ascolti il principale narratore del programma culturale. Tale intralcio era dovuto, secondo l’individuo, alle dichiarate posizioni antigovernative dell’intellettuale, che quella sera narrava la storia del Minotauro. Vanità delle vanità: tutto è vanità, l’Ecclesiaste, altro modo per indicare il Qoelet, pone come una pietra tombale questa lapidaria affermazione all’inizio della sua invettiva, che è cinica e disillusa per tutta l’opera, ma non manca di una potente energia sottesa al tono enunciativo che si rinnova e rafforza nel continuo ricorso allo stile formulare, sapiente, essenziale, pulito, superbamente incisivo. Picchi di simile potenza retorica non sono rari nell’Antico Testamento, il libro dei Proverbi ne è pieno, ma il Qoelet lo sovrasta per organicità, brillantezza, risolutezza e precisione nei salti concettuali, rapidissimi, che attestano l’opera come indiscutibilmente poetica.

L’individuo decide di registrare il programma sul teatro, poiché non riesce a rinunciare all’osservazione attenta di ogni fotogramma delle due puntate della serie sui vampiri. Un nuovo personaggio irrompe nella fabula ben delineata del telefilm. Un predicatore, creatura malvagia in modo scintillate e puro. Nemmeno il sarcasmo proprio degli altri cattivi della serie gli è concesso in modo da avvicinarlo alla simpatia, anche momentanea del pubblico. Egli non è né umano né morale, fa il suo lavoro e ne gode. È terrorizzante in modo grezzo ed efficace. La registrazione del programma sulla storia del teatro in Italia si pone come un imperativo morale per l’individuo. In linea di principio egli si considera il tipo di persona che guarda un programma culturale e velato di sottile ironia inserito nel palinsesto notturno delle reti pubbliche, piuttosto che una serie che deve il suo successo di pubblico a battute pronte, facili immedesimazioni sentimentalistiche ed effettacci truci o umoristici. In realtà però non riesce a cambiare canale. La madre del vampiro redento, che si offre sessualmente al figlio insoddisfatto ed insicuro, che l’ha resa una non-morta per poterle stare vicino nei secoli. La lettura freudiana dell’episodio è priva di didascalie e fronzoli psicanalitici. È secca e spoglia, minimale ed immediata come il gesto disperato del vampiro stupefatto che pugnala con un paletto improvvisato il demone in cui egli stesso ha trasformato la madre. Ella era consolatoria, affidabile e malata.

 

 

 II

 

Rivolgo lo sguardo a qualcosa niente rivolge lo sguardo a me attraverso ore irrequiete o ferme inutili l’insensatezza agognata raggiunta e detestata infine come l’ultimo luogo in cui seppellire qualcosa ritrovare niente o queste parole sono qui davanti o l’imbroglio è riuscito di nuovo uno scherzo di carnevale non riuscito la ragazza mi guarda dentro le palle degli occhi mi chiede come mai io sappia tante cose lei ne sa così poche sente la mia erezione idiota sul suo coscione abbondante mi chiede se non sia venuto a lei con qualche particolare desiderio sul fondo del cervello io sono un falso idiota è tanto tempo che non ti vedo amore amore non è vero che io so tante cose mi si contrae lo stomaco ed ho paura l’idea della fuga mi passa rapida da un orecchio all’altro dove diavolo sono tutti i miei buoni propositi rivolgo lo sguardo a qualcosa ma davvero che cazzo starò mai dicendo non è vero che io so tante cose va a letto nel tuo letto mi dice la ragazza che devo dormire senti quanto fa caldo rilassati dammi un bacio io non voglio fare nulla che confermi il fatto che sono nel mondo e che anche gli altri se ne possono accorgere sono già fuggito tutte le volte amore amore amore voglio che me lo neghino

Altro che cazzi.

postato da: lucowski alle ore aprile 09, 2005 17:38 | Permalink | commenti
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venerdì, 08 aprile 2005

ALI'

il balletto

un round di boxe

vecchie vecchie idee

buone di nuovo

il balletto e la boxe e me e te le tre di pomeriggio ho vissuto io mi ricordo benissimo di aver vissuto prima che queste parole iniziassero la loro disposizione nei fastidiosi cumuli cui in questo istante tu permetti l'ingresso nella tua mente fosse anche per un attimo soltanto mi sento così male a ricordare le cose certe volte che proprio non vorrei fare stare male anche te ma metti una mano sopra il mio sesso e vediamo di richiamare quello che serve per scordarci un po' di tutto e magari ricapitolare qualche giornata mai piovuta sulla terra qualcosa di non richiesto e molto piacevole apri la tua camicetta piccolina fammi vedere se riesco a far cambiare un po' l'inclinazione dei tuoi capezzoli un maschio della razza umana si predispone al coito interagendo in maniera privata con una femmina della sua stessa specie in un contesto di comunicazione di gruppo mentre il solito coglione di turno accenna una sorta di spiritosaggine in cui vanta rapporti sessuali mai avvenuti con il suddetto essere umano femmina (il maschio intento nell'interazione preparatoria al coito accenna qualcosa di simile ad un "sorrisetto", malcelando il proprio fastidio) questo individuo connotatto nel senso della coglionaggine inizia a porre un paragone tra imprecisati oggetti metallici ed i capezzoli dell'individuo femmina impegnato nel difficile compito di interpretare e codificare per il maschio di cui sopra segnali sotterranei alla conversazione del gruppo sono tutti esseri umani questi cosi verbalmente attivi e l'energia sessuale per non dire la libido si muove entro asimmettriche linee comunicative il maschio connotato nel senso della coglionaggine vantando rapporti sessuali mai avvenuti giunge ad affermare che sarebbe possibile appendere un asciugamano ai capezzoli della femmina senza che l'oggetto denominato asciugamano cada al suolo in virtù della turgidità dei capezzoli sempre di capezzoli stavamo dicendo insomma la battuta ha pochissime possibilità di risultare divertente ma anche questo limitato intervallo di possibilità positive viene azzerato dalla totale assenza di ritmo con cui le proposizioni vengono enunciate oltre che dall'innumerovole serie di crepe sintatticche nell'espozione del maschio connotato nel senso della coglionaggine.

 

 

la battuta, pur mancando la riuscita nel suo intento originario (che sarebbe stato, naturalmente, quello di provacare risate aumentando l'approvazione che il soggetto ha per la propria immagine del sè), funziona, in un contesto incognito collaterale,  fungendo da catalazzatore dell'attenzione, pur destando perplessità ed imbarazzo sia tra chi l'ascolta che in chi l'ha pronunciata. la comunicazione incognita del maschio e della femmina ne risulta schermata.

 

 

un incontro di boxe o un balletto iniziare a pensare a mohamed alì rimanendo all'esterno delle comunicazioni intrecciate vola come una farfalla punge come una ape miles davis charlie parker buoni versi istanti dotoevski che ti dà un cazzotto nello stomaco rimettendo in discussione la tua presenza fisica nel mondo una volta mi sono innamorato di questa signora con i capelli lunghi fino al culo ma era troppo tardi ormai sua madre l'aveva portata da un parrucchiere e lui le aveva amputato un buon mezzo metro di chioma a sorpresa col tempo a lei è rimasta un po' d'amarezza e la constatazione che quei capelli tanto lunghi erano comunque rovinati certe cose non ritornano anche se io credo sia stato per difetto d'intensità che toltasi i dubbi su quanto e come io la potevo far stare bene ella ha perso decisamente d'interesse accade un po' di tutto senza che uno se ne renda veramente conto la cognizione di causa è quasi sempre una pia illusione o una chimera quindi anche ritrovarsi con una decina di studenti universitari seduti a terra per protestare contro una guerra motivata da sani e fondati motivi di opportunità politica e ragioni economiche strategie internazionali di conservazione del potere il tutto ben occultato dietro scuse non plausibili ma che bene o male i redattori dei telegiornali accettano di trasmettere non avendo nessuna istanza morale nello svolgere quello è che un ruolo già determinato nel gioco delle parti trovarsi seduti con questi studenti universitari risulta essere più che altro un caso uno di loro è ancora una femmina il mondo pullula di femmine pare escono fuori come i topi da tutti gli angoli e molto spesso sono anche protagoniste di fantasie incessanti generate entro crani e sistemi ghiandolari di uomini in perfetta solitudine è un caso capita di ritrovasi in contesti aggregativi disparati sostenendo con ardore la maggior parte di tesi fondate su basi retoriche costruite per rispondere a dinamiche interne ai gruppi non è come un incontro di boxe nè come un balletto ci sono fattori che includono e fattori che escudono affermazioni calcolatamente audaci pongono l'essere umano in una situazione la cui caratteristica principale è dimostrare il carisma spostando l'attenzione dei conventi su di lui altrimenti capita ad alcuni esseri umani di creare inconsapevolmente premesse di separazione e sentirsi umiliati in cagione di qualche affermazione che rompe l'equilibrio della prosa collettiva che può svulupparsi nel gruppo di convenuti esseri umani connotati nel senso della consapevolezza dal loro statuto di studenti universitari non è che significhi molto...

 

 

nell' immaginario collettivo l'uscita di alì dall'angolo del ring, alla fine del massacrante match sotenuto contro foreman in terra d'africa, rappresenta un momento di esaltate riscatto ed è, come affermava pasolini a proposito del goal durante una partita di calcio, un vero e proprio fatto poetico, per le stesse ragioni che l'intellettuale, rimpiato con e senza ragione in molti ambienti culturali contemporanei, adduceva nell'illustrazione della poetica rinvenibile alla base del gioco del pallone.

inoltre, va notato come alì fosse portatore di pesantissime componenti spirituali e sociali: il pubblico, per definizione massa d'energia canalizzabile, riscontrava nel suo essere nero e nel suo essere, in senso lato, "contro", motivi sufficienti ad investirlo di aspettavive tali da poter trarre godimento dalle sue gesta sportive al di là del valore tecnico di queste ultime. a riprova di tale considerazione, va notato come coloro i quali sono forniti di cognizioni tecniche specialistiche in virtù delle quali giudicare in senso tendezialmente più oggettivo, non convengono su un assoluto primato nella storia di questo sport del pugile clay,  non trovando scandalo nell'accostarlo ad altri atleti di vertice nè nel farlo seguire a boxer considerati migliori nella stesura di anacrostiche classifiche indicanti il "migliore di tutti i tempi". cosa diversa accade nell'immaginario collettivo, ivi, alì è superiore a chiunque nella stragrande maggioranza dei casi, senza che sia possibile accostarvi chicchessia, poichè il pubblico risente, nel suo giudizio, della fortissima aura della  personalità di alì. il pugno con cui questo esempio di pugile ballerino ha steso foreman in zaire, era (fosse anche stato concordato tra i due prima del match) carico di tensioni emotive planetarie che percorsero e percorrono i cuori e le menti del pubblico, energie simili a quelle che si sviluppano in una reazione nucleare: oltre che della violenza di cui la boxe è, per forza di cose, intrisa, quel pugno in particolare  era spinto dall'amore di milioni di persone

(l'una sconosciuta all'altra e tutte capacissime di ignorare le morti altrui).
postato da: lucowski alle ore aprile 08, 2005 22:45 | Permalink | commenti (9)
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venerdì, 08 aprile 2005

Attraversavo il centro di Bologna a piedi credendo chissà che cosa, quelle mattine dolcissime avevo vent’anni ed ero terrorizzato, eppure molte estasi mi entravano in testa passandomi dalla nuca. Mi perdevo tutti i giorni. Poi riuscivo in qualche modo a ritrovare la strada per la stazione e per la mia stanza a Modena, dove c’erano il mio quaderno e la radio bianca e la finestra con le sbarre. Nel palazzo di fronte abitava una famiglia di asiatici con cui non riuscivo a mai scambiare una parola. Quando l’uomo ed il bambino lasciavano da sola la signora con i capelli lunghissimi, questa usciva al balcone a spazzolarsi le chiome e mi guardava una volta sola. Io credo fosse sicura che io non avrei distolto gli occhi. Ma non era come spiare una donna sola, tutto rientrava in una stranissima dimensione di allucinazioni in sequenza e mi sentivo presente solo a tratti in quel posto. Ad un certo punto la mia faccia si riempì di pustole rosse, le mie mani iniziarono a tremare, la ragazza di un uomo che non ho mai conosciuto smise d’un tratto di sorridermi ed arrossire, poi un giorno scoppiò in lacrime e non la vidi mai più. Un piccione cagò sulla mia spalla destra e non ebbi la forza di rimuovere quello sberleffo bianco dal mio cappotto nero. In un attimo mi parve che tutti quanti sapessero cose terribili sul mio conto e se le bisbigliassero alle mie spalle. Ed i muri di mattoni rossi, le panchine, la ragazza con la canottiera a righe rosse e bianche e la faccia butterata della mia amica che viveva in uno scantinato e tratteneva sempre le lacrime leggendo Rilke, i suoi denti da cavallo, le sue scarpe allacciate in quel modo assurdo, la pazza che mi guardò negli occhi per un quarto d’ora filato e poi mi chiese scusa, il giovane poeta che avevo offeso rimproverandoli di copiare Kerouac…tutto quanto mi sembrava tramare e spingermi un passo fuori dalla grazia del sole e dei giorni.


Montai sul treno e scappai via oltre la stazione di Bologna e le colline e l’Adriatico sul lato sinistro e continuai ad attraversare il centro di qualcosa che non conoscevo per un tempo indefinito…una mattina uscii di casa col buio e vidi la lucertola a dieci centimetri dal mio piede sinistro, non ricordavo quando il sole fosse riuscito a divincolarsi dalla morsa degli arbusti che crescono ad est…un mezzo miracolo…una ragazza nuova smise continuò a sorridermi comunque…non riuscivo a pensare di ammazzarmi, mentre ogni infinitesimo dato di realtà era comunque troppo per me…quelle mattine…dolcissime…vorrei solo saperti raccontare meglio tutto quanto…non ero migliore di adesso…ma credevo che il sole non bastasse ad ammazzarmi…le dita di Francesca non potessero farmi male e tu…non c’eri…e chissà a quale momento appartiene il desiderio che tu fossi lì…devo aver rivisto qualcosa della luce che avevo negli occhi prima di sparire…devo aver notato un riflesso nel tuo ricordo…qualcosa…mentre tacevi…di nuovo…niente…forse se potessi tenere fermi questi istanti di luce, diventerebbero marroni come una mela ossidata…


Buonanotte.  

postato da: lucowski alle ore aprile 08, 2005 20:46 | Permalink | commenti (7)
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